Peppino Impastato: un simbolo di lotta alla mafia e di libertà di informazione
Peppino Impastato (1948-1978) è stato un giornalista, attivista e conduttore radiofonico siciliano, figura emblematica del coraggio e dell'impegno nella lotta contro la mafia. La sua vita, interrotta brutalmente dall'omicidio mafioso, è diventata un faro di speranza e un monito per le generazioni future, testimoniando la forza della denuncia e della verità in un contesto dominato dall'omertà e dalla corruzione.

Le origini e la ribellione
Giuseppe "Peppino" Impastato nasce il 5 gennaio 1948 a Cinisi, un piccolo comune in provincia di Palermo. La sua famiglia era profondamente legata al mondo della mafia: il padre Luigi era stato confinato durante il fascismo per attività mafiose, lo zio, il nonno e il cognato del padre, Cesare Manzella, erano figure di rilievo nell'organizzazione criminale. Manzella, in particolare, era un importante boss mafioso ucciso in un agguato nel 1963.
La madre, Felicia Bartolotta, pur provenendo da una famiglia più integrata, si trovò legata a Luigi Impastato e, nonostante le sue iniziali riserve sul legame con la mafia, il matrimonio ebbe luogo. Le attività criminali della famiglia generarono in Peppino un profondo disagio e un crescente desiderio di contrapposizione. Fin da giovanissimo, infatti, maturò un forte impegno politico antimafia, entrando in aperto conflitto con le convinzioni e lo stile di vita del padre.
A soli 15 anni, Peppino venne cacciato di casa per il suo attivismo politico e la sua netta avversione alla vita e alle convinzioni paterne. Questo evento segnò l'inizio di un percorso di autodeterminazione e di lotta contro il sistema criminale che lo circondava.
L'impegno politico e culturale
Il percorso di Peppino Impastato fu caratterizzato da una molteplicità di iniziative volte a contrastare la mafia e a promuovere una cultura di legalità e consapevolezza.
Attività giornalistica e radiofonica
Nel 1965, insieme ad alcuni amici, fondò il giornalino "L’Idea socialista", aderendo al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP). Questo foglio divenne uno strumento fondamentale della sua attività politico-culturale. Dal 1968 in poi, si avvicinò ai gruppi della Nuova Sinistra, partecipando attivamente alle lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo, nonché alle rivendicazioni degli edili e dei disoccupati.
Nel 1975, per dare un'alternativa ai giovani di Cinisi e contrastare la "cultura mafiosa" locale, fondò il gruppo "Musica e cultura". Questo centro culturale offriva attività come cineforum, musica, teatro e dibattiti, promuovendo la crescita culturale e la consapevolezza civica.
Un passo decisivo nella sua lotta fu la fondazione, nel 1977, di "Radio Aut", un'emittente libera e autofinanziata. Attraverso questa radio, Peppino denunciava apertamente i crimini e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, prendendo di mira in particolare il capomafia Gaetano "Tano" Badalamenti, figura di spicco nei traffici internazionali di droga. La trasmissione più celebre di Radio Aut fu "Onda Pazza", dove Peppino utilizzava l'ironia, la satira tagliente e il linguaggio della denuncia diretta per smascherare le collusioni tra mafia, politica e imprenditoria. Con il suo programma, Peppino sbeffeggiava i potenti locali, compreso Badalamenti, soprannominato "Tano Seduto".
L’Omicidio di Peppino Impastato: La Voce che la Mafia Non Riuscì a Zittire
La candidatura alle elezioni comunali
Nel 1978, Peppino Impastato decise di portare il suo impegno antimafia direttamente nelle istituzioni, candidandosi alle elezioni comunali di Cinisi nella lista di Democrazia Proletaria. La sua candidatura fu percepita dai poteri mafiosi locali come una provocazione e una minaccia diretta ai loro interessi, rendendo la sua presenza pubblica sempre più scomoda e destabilizzante per il sistema di potere locale.
L'omicidio e la lotta per la verità
La notte tra l'8 e il 9 maggio 1978, mentre l'Italia era scossa dall'assassinio di Aldo Moro, Peppino Impastato venne brutalmente ucciso dalla mafia. Il suo corpo fu ritrovato adagiato sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani, vicino a Cinisi, con una carica di tritolo legata al torace. L'obiettivo delle forze mafiose era quello di simulare un attentato suicida e, al contempo, distruggere l'immagine di Peppino, etichettandolo come un terrorista.
Le autorità dell'epoca avvalorarono la tesi dell'attentato suicida, diffusa dai mafiosi, secondo cui Peppino sarebbe morto mentre piazzava esplosivo sui binari. Tuttavia, la verità era ben diversa. Peppino fu bloccato, tramortito con una pietra (ritrovata sporca di sangue a pochi passi dal cadavere) e poi legato alle rotaie sopra una carica di tritolo. Nonostante il tentativo di depistaggio, amici, familiari e la madre Felicia Bartolotta non ebbero mai dubbi: Peppino era stato assassinato dalla mafia.
La battaglia per ottenere giustizia fu lunga e dolorosa. Ci vollero più di vent'anni perché la matrice mafiosa del delitto venisse ufficialmente riconosciuta. Nel 1998, la Procura di Palermo riaprì il caso. Grazie all'instancabile impegno della madre Felicia Bartolotta e del fratello minore Giovanni Impastato, e alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, nel 2002 il boss mafioso Gaetano Badalamenti fu condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio. Gli esecutori materiali, tuttavia, non furono mai identificati.

L'eredità di Peppino Impastato
Peppino Impastato è diventato un simbolo indelebile della lotta alla mafia e un martire civile. Il suo coraggio nel ribellarsi a un sistema di potere radicato, anche all'interno della propria famiglia, e la sua incrollabile fede nella giustizia e nella verità continuano a ispirare. La sua celebre frase "La mafia è una montagna di merda" è divenuta un grido di battaglia per le nuove generazioni che credono in un futuro libero dalla criminalità organizzata.
La sua figura è stata celebrata in numerose opere. Il film "I cento passi" (2000) di Marco Tullio Giordana ha contribuito in modo decisivo a diffondere la sua storia, trasformandola in memoria collettiva. I "cento passi" del titolo si riferiscono alla distanza che separava la casa degli Impastato da quella di Tano Badalamenti, oggi bene confiscato. Altre opere includono il documentario "La voce di Impastato" (2013) di Ivan Vadori e il libro "Oltre i cento passi" (2017) di Giovanni Impastato.
Nel 2011, la casa confiscata a Badalamenti è stata assegnata all'Associazione Casa Memoria "Felicia e Peppino Impastato", un luogo che conserva la memoria della loro lotta e promuove iniziative di sensibilizzazione e approfondimento. Ogni anno, il 21 marzo, in occasione della Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, i nomi e i cognomi delle vittime vengono letti per mantenerne viva la memoria e l'esempio.
A tutt'oggi, Peppino Impastato è un modello per le nuove generazioni, simbolo di una lotta alla mafia capillare e infaticabile che parte dai microcosmi della famiglia e delle comunità locali per spezzare i lacci dell'omertà e mettere l'informazione e la denuncia al servizio del territorio.
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