La "Millennial Pause" e la Riflessione sulla Tecnica attraverso le Generazioni
Con il termine "millennial pause" si intende quel breve intervallo che molte persone nate tra gli anni '80 e i primi '90 - i cosiddetti millennials - fanno all'inizio di un video, prima di iniziare a parlare. La registrazione è già partita, l'inquadratura è stabile, lo sguardo è rivolto alla camera. La voce fa il suo ingresso con un leggero ritardo, producendo uno sfasamento.
Tale micro-pausa è divenuta uno dei tratti caricaturali più citati di una generazione nata nell'epoca di videocamere digitali, webcam e software di registrazione che non garantivano un avvio istantaneo. Era frequente che le prime sillabe del discorso venissero tagliate, e per questo aspettare un secondo prima di parlare era una strategia per assicurarsi che il dispositivo stesse effettivamente registrando. Oggi gli smartphone avviano la registrazione in tempo reale: la pausa non è più necessaria, ma l'abitudine è rimasta.
La millennial pause si configura, dunque, alla maniera di un residuo comportamentale: un gesto minimo che conserva la memoria di un diverso ambiente tecnologico - di un'infrastruttura oramai fantasma. La tecnologia del corpo ha come interiorizzato il buffer tecnologico, facendone un tic.

Il Contrasto Generazionale e la Tecnica come "Impensato"
Il contrasto tra abitudini emerge soprattutto rispetto alla Gen Z, che tende a iniziare a parlare immediatamente, o che anzi anticipa la registrazione stessa: vi è già catturata ancora prima di parlare. Questi anticipi o ritardi, più che semplici goffaggini, sono indizi per continuare a riflettere sul rapporto tra tecnologia e tempo, o anche per pensare ciò che Bernard Stiegler definiva l'impensato della filosofia: la tecnica.
Prometeo ed Epimeteo: Miti per Comprendere la Tecnica
Secondo Bernard Stiegler, che nel 1994 intitola La colpa di Epimeteo il primo tomo della serie La tecnica e il tempo, ciò che abbiamo ereditato dalla mitologia greca per riflettere sulla tecnologia sono proprio i concetti di prometheia ed epimetheia. Se il titano Prometeo, colui che ruba a Zeus il fuoco della tecnica per consegnarlo all'animale umano, gode di una fama a suo modo imperitura, Epimeteo è relegato a un oblio che nasce dal suo stesso sbaglio.
Quando Zeus incarica i due fratelli di distribuire i doni ai viventi, Epimeteo assegna agli animali tutte le qualità disponibili, esaurendole prima di arrivare all'uomo, che resta così nudo, gettato tra le cose e senza difese, esposto al mondo sino a che Prometeo non rimedia alla colpa. La dimenticanza di Epimeteo contrassegna la sorte dell'essere umano, questo corpo perennemente incompiuto - come direbbe Bernard Rudofsky - che mentre è vestito di mondo, deve a sua volta vestirsi, fabbricarsi la tecnologia della propria sopravvivenza.
Una tecnologia che inventa di volta in volta l'essere umano, lo costituisce, indisponendo la differenza tra interno ed esterno poiché «l'uomo (l'interno) è essenzialmente definito dallo strumento (l'esterno)». Prometeo, colui che, etimologicamente, “riflette prima”, che anticipa lo scorrimento, non può essere pensato se non in un rapporto tensivo con Epimeteo, “colui che riflette dopo”, che appunto arriva in ritardo - e che fa di questo ritardo la segnatura che ci consente di attivare ogni futura riflessione.

Il Ruolo dell'Oblio e dell'Esperienza nel Pensiero Tecnologico
Se, per colpa della prossimità, nessuna invenzione tecnologica, per quanto partecipata, può essere immediatamente afferrata, ma ha bisogno di divenire intempestiva - di essere digerita -, allora è proprio la distrazione di Epimeteo, il suo momentaneo oblio che fonda tanto la difficoltà quanto la possibilità stessa di pensare la tecnologia. Per questo, secondo Stiegler, la figura solitaria di Prometeo «è priva di significato. Consiste solo nella sua duplicazione da parte di quella di Epimeteo, che a sua volta duplica sé stessa: 1) commettere la colpa, la distrazione, l'imbecillità, l'idiozia, la dimenticanza e… 2) meditarci sopra, sempre troppo tardi, la riflessività, la conoscenza, la saggezza e una figura di ricordo completamente diversa: quella dell'esperienza».
Sbalzando il discorso della tecnologia solo in avanti, guardandola unicamente in termini prometeici, continuiamo a dimenticare, a nostra volta, che Epimeteo, «lo smemorato», non è solo «la figura dell'essenziale distrazione in cui consiste l'esperienza (in quanto ciò che accade, ciò che passa, che, una volta passato, deve essere digerito)», ma anche «il dimenticato della metafisica. Il dimenticato del pensiero. E il dimenticato dell'oblio quando il pensiero pensa a sé stesso come oblio. Arriviamo sempre un poco tardi, anche quando siamo in anticipo.
Per questo, se la GenZ si pensa oggi come figlia di Prometeo (inizia a parlare a registrazione avviata), in ogni caso è imparentata anche a Epimeteo: la pausa incombe; millennium approaches. È proprio nella presa in carico di questo intervallo necessario che - di volta in volta - si gioca il futuro ripensamento di ogni tecnologia sul momento soltanto “subita”. Portare nelle cose una pausa, scindere dalla presa diretta significa darsi l'opportunità di toccare - per quanto possibile - ciò che altrimenti rimarrebbe inafferrabile.
La Conoscenza come Distanza e il Ruolo dell'Inciampo
Come più volte ha ripetuto Carlo Sini, non ci può essere conoscenza nella totale sovrapposizione con la cosa che si vuole conoscere: «la superstizione consiste nel dimenticare che conoscere una cosa non significa identificarsi con essa: il conoscere resta a distanza, perché nella coincidenza dell’essere ogni conoscenza è assente, ovvero è spenta. Dio non conosce il mondo. Nel conoscere non sei mai quella cosa che conosci o vuoi conoscere; piuttosto, hai con essa un commercio, una relazione, uno scambio» (L’uomo, la macchina, l’automa).
Il conoscere non si dà dunque nel coincidere, ma nel trascorrere. Per questo la millennial pause è importante: poiché mostra l'inciampo, il difetto, persino l'oblio come momento necessario dell'apprendimento. Si tratta anche qui di un breve momento iniziale in cui l'immagine tremolante: chi registra avvia la ripresa mentre sta ancora impugnando il telefono e solo dopo lo appoggia su una superficie stabile. Il ricorrere di questa abitudine è divenuto un altro segno stilistico, un modo di trasformare il difetto in marchio generazionale.
I tempi traballano, «saltano fuori di sé»; se per Benjamin la felicità era il «ritmo» di un «mondano che eternamente transisce», il ritmo della nostra mondanità tecnologica si trova forse in questo suo incessante rabbrividire. Nel momento in cui non riusciamo a stabilizzare il dispositivo che utilizziamo, l'immagine che produciamo - il ritratto del suo rabbrividimento - ci dice molto di noi, di questa tensione tra ritmi dell'evoluzione culturale e ritmi dell'evoluzione tecnica.
Tecnologia, Cultura e l'Essere Umano come Prodotto
La tecnica, ancora secondo Stiegler, evolve più velocemente delle culture. C'è un anticipo e un ritardo - una tensione che è anche caratteristica della dilatazione del tempo in cui consiste ogni temporalizzazione. Millennial pause e Gen Z shake sono due modi per descrivere e intendere questo essere in balia della tecnologia, questo esserne presi, e in un certo senso fatti.
Quello che è in ballo, in tutto questo tremore, è la questione della macchina e dell'automa come doppio con il quale, non coincidendo, possiamo arrivare a concepire un'immagine di noi. Immagini mai definitiva, perché appunto mobile come l'intreccio delle tecniche che via via ci producono. Immagine che fa fatica a stabilizzarsi, a trovare il proprio piano d'appoggio. Immagine che ritma il nostro stare nel mondo (perché ogni immagine che con cui abitiamo il mondo produce il mondo stesso che abitiamo).
È in questo senso che, uscendo da un sapere superstizioso verso le macchine, il filosofo Carlo Sini può arrivare a scrivere: «ciò che chiamiamo cultura è un grande automa, qualcosa che si muove da sé, per cui bisogna capovolgere completamente la visione umanistica tradizionale: è il lavoro che fa l'uomo, è lo strumento che fa l'uomo e l'uomo è il prodotto del suo lavoro, è il prodotto dell'uso intelligente della voce, della scrittura e delle macchine». L'essere umano è cioè il prodotto delle sue protesi, di ciò che si protende - a partire dall'artificio della mano fino al bastone, alla macchina da scrivere, allo smartphone con cui scrolliamo.
E quando lo schermo per un attimo traballa, quando non riusciamo ad aggiustarlo, ecco che la macchina lascia intravedere tanto lo sfasamento (il nostro non riuscire mai del tutto ad accordarci col “nostro” tempo - siamo sempre in anticipo o in ritardo) quanto la sua infelicità: è come se per un attimo l'immagine inseguisse quel tremore della vita immediata, che semplicemente trascorre; come se cioè l'automa si sforzasse di imitare, “naturalmente”, «questo fluire spontaneo»: «la vita come puro e irriflesso essere in azione».
Il difetto di Epimeteo, il suo oblio, la sua condanna, è allora anche la sua felicità: quel momento di intervallo in cui siamo disorientati, e dobbiamo dunque trovare un nuovo orientamento - fabbricarlo, tornare alla protesi attuali con sguardo diverso, per produrne di nuove che a loro volta ci faranno sbandare. Dimenticare e ricordare, anticipare ed essere in ritardo - l'automa della cultura è via via il riflesso di questo ritmo tremolante.
Per questo, ancora con Sini, «è all’automa che bisogna guardare, perché i soggetti ne sono il riflesso risultante. È la macchina politico-sociale che va continuamente aggiustata e riconvertita, perché l’oblio non cancelli la memoria, ma anzi la solleciti, e perché la memoria non pretenda di impadronirsi dell’oblio».
Galimberti e Rovelli: L'INGANNO DELLA REALTÀ. Il Tempo Non Esiste? - Tutta La Verità
Segreti, Doppi e l'Arte di Nascondere
Qual è il tuo più grande segreto? Entro in sala per l'anteprima di The Drama, il nuovo film scritto e diretto da Kristoffer Borgli, con Zendaya e Robert Pattinson - nel film Emma Harwood e Charlie Thompson. Prendo posto e sulla poltrona di velluto scarlatto trovo una shopper di tessuto con dentro un bigliettino e una penna Bic. Ci penso. Sono certa di essere una persona molto trasparente, mi dico che non ho alcun grande segreto. Ci ripenso, in effetti non ne trovo… Chiedo ai miei vicini di posto. Loro sembra che ne abbiano almeno uno significativo ma ovviamente non sono intenzionati a rivelarlo così all'improvviso, a una sconosciuta, in una sala affollata per la prima di un film. Li guardo con un po' di ammirazione perché quella sicurezza mi fa capire che loro sanno chi sono. Che in una manciata di secondi siano riusciti a trovare nel mucchio di ricordi il proprio segreto inconfessabile, per me è stupefacente. Io sono normalmente indecisa fra moltissime cose banali, per esempio non so quale sia il mio colore preferito - certi giorni il blu, poi il giallo, poi il verde - o il gusto del gelato - pistacchio o nocciola o cioccolato fondente o forse uno insolito come mango?
Entrano gli attori e il regista, sono belli, divertenti e ridono a ogni battuta, chissà se in questo momento il loro desiderio segreto è scappare da lì. Poi le luci si spengono. Il film inizia e mi dimentico completamente della domanda sul bigliettino. Entro nella storia d'amore. Emma è dolcissima. Charlie è un po' impacciato ma carino. Sono complici, si capiscono all'istante senza doversi spiegare. Sono ironici, divertenti. C'è chimica. Perfetti. Tutto fila liscio ma non come accade nei film che banalizzano e appiattiscono le trame. Tutto fila liscio come accade nel nostro fortunato Occidente pacifico e pacifista quando lei e lui si incontrano in una caffetteria ed entrambi hanno un lavoro normale, non hanno vissuto traumi sconvolgenti, non sono tossicodipendenti, non vogliono fare proselitismo politico o religioso, non sono invasati di fitness o di padel o di yoga o di meditazione, non vanno nemmeno in terapia (e qui sì, la sospensione d'incredulità un po' cade perché in effetti tutto il mondo oggi va in terapia).
Ripenso ai miei, di segreti. Stavolta me ne vengono in mente almeno tre. Sono momenti in cui ho espresso il peggio di me stessa. Desidero quell’accesso? L’individuo di fronte a noi si compone essenzialmente di due elementi che si bilanciano in modi variabili a seconda delle emozioni, delle prospettive future, e anche dell’umore della giornata. Quanto conta l’immagine che abbiamo costruito? E non è raro sentirsi ingabbiati da quell’immagine stereotipata di sé. Quanto sia difficile - a volte frustrante - restare all’altezza delle aspettative è un’esperienza che tutti conoscono. In un attimo, le voci esterne entrano nella testa e ci dicono come vivere: cosa penserebbero i miei amici se conoscessero il suo segreto? E i miei genitori, come lo guarderebbero?
The Drama mi ha fatto venire in mente Perfetti sconosciuti, il film di Paolo Genovese uscito nel 2016. L’abbiamo visto tutti: sette amici a cena decidono di mettere i propri telefoni al centro del tavolo e leggere ad alta voce ogni messaggio e ogni chiamata che arriva nel corso della serata. L’idea è di dimostrare di non avere nulla da nascondere. Ovviamente è una catastrofe. La letteratura lo sa da sempre. Dostoevskij ci aveva già pensato nel 1846 con Il sosia. Il protagonista, Goljadkin, incontra un suo doppio che fa esattamente quello che lui non osa fare: è disinvolto, socialmente abile, sfacciato. È il lato di sé che la vergogna ha relegato nell’ombra.
E se le conseguenze della doppiezza si riversano sulla relazione? Allontanarsi dal doppio significa ucciderlo. Borgli rende visibile questo processo. Mette in scena il momento in cui lo spettro del doppio emerge e la facciata comincia a scricchiolare. E lo fa con due persone ordinarie che si innamorano in una caffetteria. Ma qual è il confine accettabile?

Animali Esotici e Celebrità: Tra Moda e Improbabilità
Sono poche ormai le famiglie che riescono a fare a meno degli amici animali. Che siano randagi o esemplari di razza, cani e gatti vanno per la maggiore, ma in molte case non mancano coniglietti, tartarughe, uccellini e criceti. I più eccentrici optano per serpenti, ragni e anfibi da teca, furetti, cavie e, perché no, maialini d’india. Insomma, quando ci si trova a scegliere l’animale da adottare e addomesticare, la scelta è molto ampia ma c’è anche chi esagera e opta per esemplari che di domestico non hanno proprio nulla.
Il caso della stravagante signora milanese a spasso con il caracal, felide estremamente selvatico che ama le regioni secche, aride e semidesertiche, è solo l’ultimo di una serie di scelte di animali da compagnia improbabili, prese per lo più da personaggi famosi, stelle dello spettacolo internazionale. Rari, bellissimi e altrettanto costosi, si tratta di esemplari per lo più inadatti alla vita d’appartamento: la loro riduzione in cattività spesso è il risultato di un eccesso di egoismo e vanità.
Cani, Gatti e Maialini: La Nuova Tendenza tra le Star
George Clooney, ad esempio, prima di diventare marito e padre è stato amorevole padrone di Max, il maiale che gli è stato accanto per 18 lunghi anni. Esattamente come il bell’attore americano, anche l’ex diva Disney, Miley Cyrus, ha scelto un cucciolo dal naso schiacciato, adottando Bubba Sue, un tenero maialino. Il rugbista Andrea Lo Cicero, invece, abbandonata la divisa sportiva ha riscoperto l’amore per la campagna e la passione per gli asini che, seppur non così esotici, sono quantomeno improbabili come amici a quattro zampe.
La modella e attrice, Claudia Romani, ha scelto come animale domestico Charlie, un lemure. Ben più sobria, invece, la scelta dell’eclettica Cara Delevingne, inseparabile dal suo Cecil, il coniglieto al quale ha dedicato il profilo Instagram. L’ex One direction, Zayn Malik, evidentemente poco incline alle morbide coccole, ha voluto accanto a sé l’iguana Arnie. Chiunque abbia visto Una notte da leoni, sa che Mike Tyson voleva che ad aspettarlo a casa ci fossero le sue due tigri del Bengala, maestosi esemplari per i quali spendeva circa 200mila dollari all’anno solo per il vitto.
Il premio Oscar Leonardo DiCaprio si è lasciato stregare da una tartaruga… ma non pensiate che sia una scelta “normale” perché la tartaruga in questione è gigante. Nicholas Cage, invece, tra i suoi colleghi è uno dei più stravaganti: non tanto per i due cobra reali quanto per il polipo. Infine, la divina Audrey Hepburn.

La Pig-Mania e la Riflessione sulla Classificazione Animale
“Presto, aiutateci a trovarlo: è pericoloso”. Fotografato a spasso con guinzaglio e pettorina, ma non è come sembra: non è un cane e nemmeno un gatto. Avete un cane o un gatto? Vi siete fermati agli incroci strani dei cani? Siete antichi. I nuovi animali domestici supertrendy sono i maialini. La pig-mania è sfociata anche in un libro edito da Giunti dal titolo “Esther - Il mondo si cambia un cuore alla volta” di Jenkins Steve, Walter Derek e Crane Caprice. La morale non è diversa da Babe, che aveva fatto competere il maiale a una gara di cani pastori: le classificazioni degli animali (questo si può mangiare, questo no, questo è da compagnia, questo sorveglia il gregge) non hanno origine dalla natura ma nascono puramente e specificamente dall’uomo.
La moda di avere un maialino per animale domestico si è già diffusa. C’è una veterinaria che ha deciso di portarsi a casa un maiale, con cui scatta spesso selfie, e ci sono parecchie celebrity che hanno deciso di adottarne uno. Volete scoprire chi sono?


