L'Agricoltura e la Società Europea dopo la Peste Nera
Nel pieno del Medioevo, mentre la peste nera cancellava intere comunità europee tra il 1347 e il 1353, i campi si svuotavano, i boschi avanzavano e i villaggi cadevano nel silenzio. Questa drammatica pandemia, che colpì l'Europa tra il 1347 e il 1353, causò tassi di mortalità urbani che raggiunsero punte intorno all'80%. Le terre arabili lasciate senza cura vennero progressivamente occupate da boschi, cespuglieti e da grandi erbivori come i cervi, creando una scena che, vista con gli occhi di oggi, potrebbe essere interpretata come un gigantesco “ritorno alla natura”.
Per comprendere le trasformazioni della flora europea nel lungo periodo, i ricercatori hanno analizzato i granelli di polline fossilizzati conservati nei sedimenti di laghi e torbiere. I dati rivelano che tra l'anno 0 e il 1300 circa la diversità delle piante è cresciuta costantemente. Tuttavia, con l'avvento della peste nel 1348, che si diffuse per circa 150 anni, la biodiversità vegetale subì un netto declino. Il dato forse più sorprendente riguarda il confronto tra aree con storie agricole diverse dopo la peste: dove i campi arabili furono abbandonati e riconquistati da boschi e boscaglie, la diversità vegetale cadde in modo marcato.

La Crisi del Trecento: Fattori e Conseguenze
La crisi del Trecento fu un fenomeno complesso, innescato da una molteplicità di fattori che investirono l'Europa. Prima ancora dell'arrivo della peste, il continente conobbe un generale peggioramento del clima che aggravò le carestie in varie zone. Il fenomeno si era annunciato con inverni più freddi e più lunghi, soprattutto nelle regioni del Nord. Successivamente, un periodo di piogge intense e prolungate, iniziato nella primavera del 1315 e durato almeno tre anni, inflisse drastiche riduzioni ai raccolti. Gli effetti di questo cataclisma si ripercossero sul bestiame, che morì in grande quantità per mancanza di foraggio, e sulla popolazione contadina, tra cui, oltre alla fame, iniziarono presto a diffondersi le epidemie.
Le motivazioni di questi eventi furono indagate a più riprese e si possono riassumere in alcuni punti essenziali:
- Un sensibile peggioramento climatico interessò buona parte dell'Europa centrale e mediterranea già dal tardo Duecento, con inverni rigidi ed estati umide che provocarono gravi penurie frumentarie e, più in generale, alimentari, soprattutto negli anni 1315-18.
- La popolazione era andata fino ad allora crescendo, e le tecniche dell'epoca non consentivano un incremento significativo delle rese agricole se non attraverso l'estensione degli spazi coltivati. Per disporre del nutrimento necessario erano state dissodate vaste aree boschive, bonificate alcune zone paludose e estesa la produzione cerealicola a suoli d'alta quota poco adatti.
- Lo sfruttamento degli ecosistemi non consoni all'impianto delle colture aveva accentuato la precarietà dell'equilibrio esistente fra gruppi umani e risorse disponibili, accrescendo il rischio di ricorrenti carestie.
- Ad un'estesa popolazione corrispondevano bassi salari, che avevano accentuato la distanza fra ricchi e poveri, favorendo l'immigrazione dei ceti rurali in città e la crescita delle sacche di indigenza.
- Il XIV secolo sperimentò un incremento del pur allora endemico stato di guerra, con scontri fra organismi politici nazionali e regionali più cruenti e duraturi, come la guerra dei Cento anni (1337-1453).

La Peste Nera: Diffusione e Impatto Sociale
Su una popolazione indebolita dalla fame, dalle carestie e dalle guerre andò a riversarsi il flagello della peste. Il morbo giunse da Oriente, dove era sostanzialmente endemico. Il batterio che lo generava, la Yersinia pestis, trasmesso dalle pulci viventi sulla pelliccia dei topi, sopravviveva bene in climi caldi e umidi e in ambienti oscuri, trovando nelle stive delle navi e nelle abitazioni buie e sovraffollate un terreno ideale di sviluppo. Lungo le rotte commerciali la peste viaggiò dai focolai originari dell'Asia centrale verso Occidente. Nel 1347 i Tartari che assediavano la colonia genovese di Caffa in Crimea catapultarono sulla città cadaveri infetti. Le navi genovesi in partenza da questa località diffusero il contagio nei porti presso i quali facevano scalo: da Trebisonda sul Mar Nero a Costantinopoli, da Messina a Marsiglia, fino al capoluogo ligure.
Fra gli ultimi mesi del 1347 e l'estate dell'anno successivo l'epidemia si diffuse con una rapidità impressionante da alcuni centri rivieraschi come Pisa, Venezia e Ragusa verso i rispettivi entroterra, colpendo soprattutto l'Italia, la Francia, l'area renana, la penisola iberica e l'Inghilterra. Nonostante i tentativi di circoscriverne la penetrazione, nel 1349 la peste raggiunse le Fiandre, la fascia alpina e l'Ungheria. L'anno dopo si manifestò anche sul Baltico, in Scandinavia e in Russia. Da un quarto a un terzo della popolazione europea (grosso modo trenta milioni di individui) perì nel corso di quegli anni.
Non conoscendo le cause reali dell'infezione, gli uomini si affidarono a motivazioni etico-religiose, congiunzioni astrali e possibili macchinazioni di ebrei, musulmani, streghe e maghi. In linea generale si pensò che il morbo si diffondesse attraverso l'aria. Per questo alcuni personaggi, specie quelli di più elevata estrazione sociale, rifuggirono la grande moria ritirandosi nelle dimore di campagna ed evitando gli assembramenti di folla. Gli effetti sulla collettività furono devastanti: l'altissima mortalità spezzò le forme della solidarietà familiare e le convenzioni sociali, decimò gli uomini di Chiesa, inferse un duro colpo alle attività economiche e compromise il funzionamento delle istituzioni politiche. Si manifestarono comportamenti edonistici e disordinati, oppure forme plateali e talora isteriche di devozione, come i gruppi di flagellanti.
Alessandro Barbero - La peste nera
L'Agricoltura dopo la Peste: Trasformazioni e Nuovi Assetti
La peste nera (1348-50) portò una drastica riduzione della popolazione europea, ma produsse un rapido riequilibrio nel rapporto tra popolazione e risorse. Un risultato positivo fu l'aumento della produttività del lavoro agricolo e una ridistribuzione del territorio. In seguito alla diminuzione della domanda alimentare, i contadini si concentrarono sulla ricerca di terreni più fertili. Inoltre, la minore presenza di uomini ebbe effetti positivi sulla crescita dei salari e sul miglioramento delle condizioni di vita, con un'alimentazione più equilibrata e migliori condizioni igieniche e sanitarie.
L'abbassamento dei prezzi agricoli contribuì al cambiamento dell'organizzazione dei campi. Vennero stipulati nuovi contratti agrari in grado di favorire il ritorno dei contadini che avevano abbandonato le campagne nei tempi di crisi. Tra i più importanti contratti ricordiamo la mezzadria, in base al quale il proprietario dava in usufrutto la terra alla famiglia contadina che l'avrebbe coltivata guadagnandoci la metà del raccolto. In più, il contadino era considerato un uomo libero, senza obblighi feudali, in grado di decidere il tipo di organizzazione che faceva più comodo a lui.
Molti terreni non vennero utilizzati solo per l'agricoltura ma anche per il pascolo, vista la crescente richiesta di lana e di carne. In Inghilterra, l'allevamento delle pecore era molto vantaggioso; un detto dell'epoca diceva che “la zampa della pecora muta la sabbia in oro”. Questo era però possibile solo per i grandi e medi proprietari terrieri, il cui bestiame veniva chiuso in recinzioni, ma ciò inevitabilmente alterava il pascolo a campo aperto, a scapito dei possessori di poco bestiame che si impoverivano sempre più.
La crisi delle industrie della lana e della seta portò alla produzione e all'introduzione di nuovi capi d'abbigliamento, con una nuova moda che creava una difficile differenziazione degli individui in base ai capi che portavano. Mentre all'epoca della ripresa economica gli abitanti si spostavano dalla campagna alla città, in questo periodo le cose si invertirono: la manodopera cittadina aveva costi troppo elevati, quindi molte attività cominciarono ad essere trasferite in campagna e affidate a lavoratori che alternavano il filatoio e il telaio ai lavori dei campi. Questo forte decentramento verso le campagne fu anche dovuto alla crescita del settore minerario, con l'estrazione di ferro, rame, oro e argento.
Nel campo lavorativo, artigiani, architetti e artisti svolgevano il loro lavoro non più solo basandosi sul sapere teorico, ma anche sui primi sistemi di calcoli e disegni che anticipavano l'opera prima che fosse cominciato il lavoro. Dalla tecnica (acquisita solo dalla pratica) si passò alla tecnologia, ovvero la capacità di riflettere teoricamente sui risultati del lavoro pratico ricavata dalla speculazione scientifica. Questa trasformazione venne favorita dall'apertura di nuovi settori produttivi come quello delle armi da fuoco e dallo sviluppo di conoscenze dagli altri, della navigazione.

Le Conseguenze a Lungo Termine e le Trasformazioni Sociali
La peste nera non fu la causa prima e unica dei cambiamenti economici e sociali che caratterizzarono la vita delle campagne nel Trecento, ma sicuramente contribuì ad accelerarli. L'abbandono delle terre marginali di bassa redditività e la forte diminuzione del numero dei contadini a causa della morte o dell'emigrazione furono tra i primi effetti tangibili delle crisi e delle epidemie. L'abbandono delle terre marginali andò spesso di pari passo con l'aumento della pastorizia, soprattutto quella ovina finalizzata alla produzione di lana per le attività cittadine, e con la riduzione dei coltivi, in cui, venuta meno la pressante richiesta di cereali, iniziarono ad affermarsi nuove colture specializzate, come il riso, il lino o il gelso.
Nelle campagne, in molti casi, mutarono l'habitat e le modalità stesse del lavoro agricolo. Diverse furono però le varianti regionali, che portarono a esiti talora opposti. In molte zone d'Europa, le corvée continuarono a gravare duramente sulla popolazione rurale, e la crisi del sistema feudale le rese ancor più onerose. I signori non si comportavano più da capi carismatici e protettori della propria gente, ma come proprietari terrieri e percettori di tributi senza scrupoli.
Nell'Italia centro-settentrionale, l'incidenza della mortalità e il conseguente crollo demografico indussero a una razionalizzazione della gestione fondiaria e a un aumento degli investimenti produttivi. La vera svolta fu la possibilità di rinnovare i patti agrari, approfittando del ricambio di terre e di uomini provocato dagli eventi. Per esempio, in Toscana e in Emilia, i proprietari iniziarono ad accorpare i loro beni fondiari, strutturandoli in poderi, aziende compatte dotate di una casa colonica e delle infrastrutture deputate al lavoro. Ciascuno di questi poderi era assegnato a una famiglia contadina con contratti di breve durata, che prevedevano una serie di investimenti da parte del proprietario in cambio della miglioria dei terreni e della corresponsione di una parte cospicua del raccolto.
Il brusco calo demografico creò vuoti spaventosi nell'ambito di determinati ceti sociali e categorie professionali. I coloni, divenuti pochi e quindi preziosi, inferirono gli ultimi colpi alle strutture della signoria rurale. Una parte dell'aristocrazia impoverita si dedicò allora al banditismo di strada, contribuendo all'incertezza e all'indebolimento dei commerci. Sia in campagna che in città crebbe il potere contrattuale dei lavoratori, tradottosi in nuove espressioni di malcontento che si configurarono talora come tentativi di sovvertimento dell'ordine sociale, come nel caso della Jacquerie in Francia (1358) o delle rivolte dei Ciompi a Firenze (1378).
Più che di crisi, si parla ormai di trasformazione, che interessò non solo la consistenza demografica e le basi dell'economia, ma anche l'evoluzione delle compagini statuali e la dinamica delle differenti strutture sociali. L'Europa, soprattutto quella mediterranea, non riuscì per lungo tempo a riprendersi dal colpo che le inflissero la crisi e la pandemia. Molte città della Toscana e dell'area padana non recuperarono, se non in età contemporanea, il livello di popolamento che avevano raggiunto all'inizio del Trecento.

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