Elezioni Presidenziali in Libia: Un Percorso Complesso tra Candidati Controversi e Sfide Istituzionali
La Libia si trova ad affrontare un momento cruciale con la presentazione delle candidature per le elezioni presidenziali previste per il 24 dicembre. La corsa verso il voto, che segna la prima tornata elettorale nel paese dopo sette anni, si è rivelata sempre più affollata e complessa, caratterizzata da colpi di scena e dalla presenza di figure politiche di spicco con un passato controverso.
Candidature e Regole Elettorali: Un Quadro Controversio
Tra i candidati registrati figura l'attuale Primo Ministro libico, Abdulhamid Dbeibah. La sua candidatura è giunta come un annuncio inaspettato, avvenuto domenica, nonostante avesse precedentemente promesso di non candidarsi al momento dell'assunzione del suo incarico. Inoltre, le regole elettorali, considerate da molti contestate, sembrano impedirgli di partecipare alla competizione.
La Commissione elettorale ha finora ricevuto 61 candidature, ma la presentazione della domanda non garantisce l'ammissione. Gli aspiranti candidati devono soddisfare specifiche condizioni, tra cui una fedina penale pulita e il possesso esclusivo della cittadinanza libica, al fine di assicurare un processo elettorale più inclusivo e trasparente.
La legge elettorale presenta un articolo particolarmente controverso, il 12, che richiede agli aspiranti presidenti di lasciare i propri incarichi, sia civili che militari, novanta giorni prima delle elezioni. Questa norma, se applicata, escluderebbe la candidatura del Primo Ministro Dbeibah, ma permetterebbe quella del generale Khalifa Haftar. Tuttavia, l'Alto Consiglio di Stato con sede a Tripoli ha respinto tale legge, creando un ulteriore stallo.
Nel tentativo di superare questa impasse, il presidente del Consiglio presidenziale libico, Khaled al Mishri, ha proposto di mantenere solo le elezioni legislative per il 24 dicembre, rinviando quelle presidenziali a una data successiva al referendum costituzionale. Ha inoltre invitato gli elettori a boicottare i seggi.

I Principali Contendenti e le Loro Vicende
La lista dei candidati alle elezioni presidenziali include diversi nomi noti nel panorama politico libico:
- Aguila Saleh: Presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, precedentemente sostenitore delle offensive del generale Khalifa Haftar.
- Khalifa Haftar: Uomo forte della Cirenaica, comandante in capo dell'esercito nazionale libico e anch'egli candidato.
- Saif al-Islam Gheddafi: Figlio di Muammar Gheddafi, riapparso dopo essere stato sequestrato dalle milizie di Zintan e ricercato dalla Corte penale internazionale.
- Fathi Bashagha: Ex Ministro dell'Interno.
- Ahmed Maitig: Vicecapo del precedente Consiglio presidenziale.
Oltre a queste figure di spicco, vi sono numerosi altri candidati che non hanno ricoperto cariche pubbliche. Il quotidiano Daily Sabah ha sottolineato come l'identità dei candidati possa mettere a rischio la legittimità dell'intero processo elettorale, affermando che "le elezioni non sono una seconda possibilità per teppisti, golpisti, criminali e signori della guerra per soddisfare la loro sete di potere".
A complicare ulteriormente il quadro, il procuratore militare libico ha rinnovato la richiesta di sospendere le procedure di candidatura di Saif al Islam Gheddafi e di Khalifa Haftar fino al completamento delle indagini sulle accuse nei loro confronti.

Le Sfide della Comunità Internazionale e del Processo Elettorale
A meno di sei settimane dal voto, sostenuto dalla comunità internazionale come parte di una roadmap per riportare la stabilità nel paese, le regole elettorali non sono condivise. L'assenza di basi politiche solide e le potenziali interferenze sul voto preoccupano gli osservatori, che temono un irrigidimento delle profonde divisioni interne e l'innesco di un nuovo ciclo di violenze, favorendo al contempo interventi stranieri.
La presenza di milizie e mercenari stranieri nel paese rappresenta una delle problematiche principali. Sebbene alcuni ritengano che solo un nuovo governo possa chiederne la partenza, le attuali divisioni rischiano di diventare più sistematiche, soprattutto in assenza di un apparato statale di sicurezza in grado di garantire un'accettazione pacifica dei risultati elettorali.
La comunità internazionale ha la responsabilità di creare le circostanze migliori per garantire elezioni libere, eque e sicure. Tuttavia, la candidatura di Saif al-Islam Gheddafi (ricercato dalla Corte Penale Internazionale e precedentemente condannato a morte), del maresciallo di campo Khalifa Haftar (con passaporto statunitense e accusato di crimini di guerra) e del Primo Ministro Abd Alhamid Dbeibah (che non avrebbe potuto candidarsi secondo le norme precedentemente accettate) solleva seri dubbi sulla serietà del processo elettorale.
Il Ruolo degli Inviati ONU e la Crisi Diplomatica
La complessità della situazione libica è ulteriormente evidenziata dalle dimissioni di Ghassan Salamé da inviato ONU per la Libia, dopo due anni di tentativi di riunire i libici, frenare le interferenze esterne e preservare l'unità del paese. Le sue dimissioni, ufficialmente per motivi di salute, sono state accompagnate da un appello a un maggiore supporto internazionale per affrontare le violazioni del cessate il fuoco e dell'embargo sulle armi.
Il processo di pace, delineato in tre direzioni (finanziaria, militare e politica), ha visto progressi limitati. Nonostante la Conferenza di Berlino di fine gennaio abbia prodotto un fragile cessate il fuoco, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU del 12 febbraio non prevedeva meccanismi sanzionatori per le violazioni. I negoziati convocati a Ginevra si sono conclusi con un nulla di fatto, e la violenza è ripresa, con il generale Haftar che ha aperto un'ambasciata a Damasco e il governo di al-Serraj costretto a chiudere l'aeroporto di Mitiga.
La decisione di Salamé è stata interpretata come una chiara denuncia dell'ipocrisia e dell'inazione della comunità internazionale sul dossier libico. Si ipotizza che a succedergli possa essere l'ex ambasciatrice americana Stephanie Williams.
La Questione Migratoria e il Traffico di Esseri Umani
Parallelamente alle sfide politiche, la Libia continua ad essere un crocevia fondamentale per i flussi migratori verso l'Europa, con un traffico di esseri umani che coinvolge attori locali e, secondo diverse indagini, anche elementi corrotti all'interno delle stesse istituzioni.
Le cronache descrivono la drammatica situazione dei migranti in mare, spesso soccorsi da navi italiane, ma anche i difficili rapporti con le autorità libiche. Il costo del viaggio da Tripoli all'Italia si aggira intorno ai 1.000 euro, e le milizie libiche spesso si fanno pagare per facilitare il passaggio.
Indagini giornalistiche hanno portato alla luce il coinvolgimento di figure come Abd al-Rahman al-Milad, noto come "Bija", accusato dall'ONU di essere un efferato trafficante di uomini e di essere direttamente coinvolto nell'affondamento di imbarcazioni migranti. Nonostante le accuse e le sanzioni internazionali, Bija ha goduto di una certa protezione, arrivando persino a visitare l'Italia nel 2017 per studiare il "modello Mineo".
Questi accordi, definiti "indicibili", proseguono nonostante le denunce delle Nazioni Unite, che hanno evidenziato come la cosiddetta Guardia Costiera libica, finanziata dall'UE, sia responsabile di gravi violazioni dei diritti umani e di ritorni forzati illegali. Le numerose inchieste giornalistiche e le indagini giudiziarie hanno messo in luce le connessioni tra trafficanti, milizie e settori politici ed economici libici, sollevando interrogativi sul ruolo e sulla consapevolezza delle autorità italiane ed europee.
Life Support EMERGENCY | Cosa raccontano sulla Libia le persone soccorse
La morte di Bija, avvenuta in circostanze ancora da chiarire, ha riaperto il dibattito sul suo ruolo nelle trattative tra Italia e Libia sui migranti e sulle complicità che potrebbero averlo protetto. La sua figura, legata a traffici di esseri umani, armi, droga e petrolio, rappresenta uno dei tanti misteri irrisolti legati alla Libia.
La situazione attuale evidenzia la persistente necessità di una stabilizzazione istituzionale del paese, con un focus sulla definizione di una legge elettorale condivisa e sulla garanzia di condizioni di sicurezza adeguate per le elezioni. L'Italia, come sottolineato dal Premier Giorgia Meloni, considera la stabilizzazione della Libia una priorità strategica per la sicurezza nazionale e la diversificazione energetica.
La Corte d'Appello di Catanzaro ha recentemente respinto il ricorso del governo italiano contro una sentenza che dichiarava illegittimo il fermo della nave di soccorso Humanity 1, segnando una tappa importante nel contrasto alla cooperazione con la "cosiddetta Guardia Costiera libica", ritenuta responsabile di gravi violazioni dei diritti umani.
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