Il significato di "come sa di sale lo pane altrui": esilio e missione poetica di Dante
Nel corso del suo viaggio ultraterreno, Dante si imbatte ripetutamente in tragiche e oscure profezie riguardanti il suo futuro. Nonostante si senta capace di resistere ai colpi della fortuna, egli desidera conoscere con chiarezza ciò che lo attende. La sua giusta ansia sarà placata da Cacciaguida, suo trisavolo, che in questi versi, tra i più celebri della Divina Commedia, gli profetizza l'esilio che lo attende, con tutte le sofferenze e le umiliazioni ad esso collegate.
Nello stesso tempo, Cacciaguida indica a Dante l'altissima missione che lo attende una volta tornato sulla terra: diffondere attraverso la sua poesia tutte le verità che gli sono state rivelate durante il suo viaggio ultraterreno, fustigando i potenti corrotti con la forza di un vento impetuoso che percuote violentemente le cime dei monti più alti.

La Profezia dell'Esilio e la Missione Poetica
Dante immagina di compiere il suo eccezionale viaggio nell'oltremondo in modo analogo al percorso di Enea nei Campi Elisi, narrato da Virgilio nell'Eneide, e alla visione di Paolo di Tarso sulla via di Damasco, narrata da Paolo stesso nella seconda Lettera ai Corinzi. Per questi motivi, ad Enea e a Paolo era stato concesso di percorrere l'oltremondo ancora da vivi. Analogo è il "fatale andare" di Dante "in pro del mondo che mal vive" (Pg. XXXII, 103).
Anche per Dante esiste un destino straordinario: percorrere ancor vivo l'oltremondo, passando attraverso i cerchi infernali per conoscere le punizioni eterne stabilite da Dio per i peccatori, salendo poi per le cornici del Purgatorio, partecipando al processo di espiazione dei purganti, per giungere alla contemplazione della Candida Rosa dei beati.
Cacciaguida riporta l'esilio di Dante nell'ambito della situazione fiorentina del 1300, indicando nella corruzione della curia pontificia il primo responsabile. Provocato da Dante, che gli ricorda come i Guelfi, cacciati due volte da Firenze, riuscirono a "tornar d’ogni parte", mentre i Ghibellini, e soprattutto gli Uberti, dopo la cacciata dalla città a seguito della sconfitta di Manfredi nella battaglia di Benevento del 1266, non "appreser ben quell’arte" di saper tornare in patria, Farinata degli Uberti replica profetizzando, con tono fazioso e pungente, che anche il poeta saprà presto quanto sia "arte" difficile per un esule rientrare in patria.
Vanni Fucci conclude dicendo: "E detto l’ho perché doler ti debbia", chiarendo che le sue parole sono state pronunciate al solo scopo di far soffrire Dante, di cui conosce le convinzioni politiche, e insieme per alimentare in lui il dubbio che tali avvenimenti possano avere un doloroso riflesso sulla sua vita privata.
Corrado Malaspina, invece, annuncia come non trascorreranno sette primavere che il poeta avrà modo di confermare, con l'esperienza personale della sua generosità, la buona opinione che già ha della famiglia Malaspina.
Come Provenzano, per liberare un suo amico dalle prigioni di Carlo I d’Angiò, "si condusse a tremar per ogne vena" (Pg. XI, 138) per l'umiliazione, così i "vicini", i concittadini fiorentini, faranno in modo che il poeta possa comprendere, per esperienza diretta, questa sofferenza spirituale.

L'incontro con Cacciaguida e la Profezia dell'Esilio
Nel V Cielo di Marte, Dante chiede all'avo Cacciaguida notizie sulla sua vita futura, ricevendo la profezia dell'esilio da Firenze e la profezia sulle gesta di Cangrande Della Scala.
Dante si sente come Fetonte quando si rivolse alla madre Climene per avere notizie certe su suo padre Apollo, il che è avvertito da Beatrice e dall'anima dell'avo Cacciaguida. Beatrice invita Dante a manifestare il suo pensiero, non perché le anime non possano conoscere i suoi desideri, ma affinché il poeta si abitui a esprimerli liberamente così che vengano esauditi.
Dante si rivolge allora a Cacciaguida e gli ricorda, come lui ben sa leggendo nella mente di Dio, che guidato da Virgilio egli ha udito all'Inferno e in Purgatorio delle oscure profezie sul suo conto, per cui il poeta vorrebbe avere maggiori ragguagli in merito: benché, infatti, egli sia preparato ai colpi della sorte, una sciagura prevista è più facile da affrontare.
Cacciaguida risponde splendendo nella sua luce, con un discorso chiaro e perfettamente comprensibile, a differenza delle espressioni tortuose e oscure proprie degli oracoli delle divinità pagane. Il beato spiega che tutti i fatti contingenti, presenti e futuri, sono già scritti nella mente divina, il che non implica che debbano accadere necessariamente. Come l'occhio che osserva una nave scendere la corrente di un fiume sa che questo avverrà, ma non lo rende per ciò inevitabile.
Dante, profetizza l'avo, dovrà abbandonare Firenze allo stesso modo in cui Ippolito dovette partire da Atene per la malvagità della sua matrigna. Questo è voluto e cercato già nell'anno 1300 da papa Bonifacio VIII, nella Curia dove ogni giorno si mercanteggia Cristo. La colpa dell'esilio verrà imputata ai vinti, così come di solito avviene, ma ben presto la punizione verso i Fiorentini dimostrerà la verità dei fatti.
Dante dovrà lasciare ogni cosa più amata, ciò che costituisce la prima pena dell'esilio, quindi proverà com'è duro accettare il pane altrui mettendosi al servizio di vari signori. Ciò che gli sarà più fastidioso sarà la compagnia di altri fuorusciti, sempre pronti a mettersi contro di lui, tuttavia saranno loro e non Dante ad avere le tempie rosse di sangue e di vergogna nella battaglia della Lastra.

Il Ruolo di Cangrande Della Scala
Dante troverà anzitutto rifugio a Verona, sotto la protezione di Bartolomeo Della Scala, che sullo stemma della casata reca l'aquila imperiale. Bartolomeo sarà così benevolo verso il poeta che gli concederà i suoi favori senza bisogno di ricevere richieste.
A Verona Dante vedrà colui (Cangrande) che alla nascita è stato fortemente influenzato dal pianeta Marte, così che le sue imprese saranno straordinarie. Nessuno se n'è ancora accorto perché molto giovane, avendo egli solo nove anni, ma prima che papa Clemente V inganni Arrigo VII di Lussemburgo il suo valore risplenderà chiaramente, mostrando la sua noncuranza per il denaro e gli affanni.
Le sue gesta saranno così illustri che i suoi nemici non potranno tacerle, quindi Dante dovrà attendere il suo aiuto e i suoi favori, dal momento che Cangrande ha generosamente mutato le condizioni di molte persone, trasformando i mendicanti in ricchi e viceversa.
Cacciaguida aggiunge altri dettagli relativi alle future imprese di Cangrande, imponendo però il silenzio a Dante che ascolta incredulo quanto riferito dall'avo. Cacciaguida conclude dicendo a Dante che non dovrà serbare rancore verso i suoi concittadini, poiché la sua vita è destinata a durare ben oltre la punizione che li colpirà.

I Dubbi di Dante e la Risposta di Cacciaguida
Dopo che il beato ha terminato di parlare, Dante torna a rivolgersi a lui in quanto desidera ricevere una spiegazione e un conforto, certo di trovarsi di fronte a un'anima sapiente, virtuosa e amorevole. Dante dichiara di rendersi conto che lo aspettano aspre vicissitudini, per cui è bene che sia previdente e che non si precluda il possibile rifugio in altre città a causa dei suoi versi, visto che dovrà lasciare Firenze.
La luce che avvolge Cacciaguida risplende come uno specchio d'oro colpito dal sole, quindi l'avo risponde dicendo che i lettori con la coscienza sporca per i peccati propri o di altri proveranno fastidio per le sue parole, e tuttavia egli dovrà rimuovere ogni menzogna e rivelare tutto ciò che ha visto nel viaggio ultraterreno, lasciando che chi ha la rogna si gratti.
Infatti, i suoi versi saranno sgradevoli all'inizio, ma una volta "digeriti" saranno un nutrimento vitale per le anime. Il Canto XVII del Paradiso chiude il "trittico" dedicato all'incontro con l'avo Cacciaguida e alla definizione della missione poetica di Dante, dopo il XV in cui l'antenato si era presentato rievocando l'antica Firenze del XII sec. e dopo il XVI in cui, dopo l'analisi delle cause della decadenza morale della città, c'era stata la rassegna delle principali famiglie fiorentine cadute poi in declino.
Firenze è ancora al centro del Canto XVII, poiché Dante chiede all'avo spiegazioni circa l'esilio che gli è stato più volte preannunciato nel corso del viaggio ultraterreno, il che indurrà poi il poeta a manifestare i suoi dubbi circa l'adempimento della missione. Lo stile è retoricamente elevato, già in apertura con il paragone fra Dante e Fetonte che si rivolse alla madre Climene per avere rassicurazioni sul fatto che Apollo fosse suo padre, mentre qui il poeta vuole avere conferma circa le parole spesso malevole che ha udito contro di sé.
È molto evidente poi il parallelismo, come nel Canto XV, fra Dante e Enea che incontra il padre Anchise nel libro VI dell'Eneide, in quanto Cacciaguida profetizza a Dante l'esilio e lo investe dell'alta missione poetica che gli ha affidato la Provvidenza, proprio come Anchise preannunciava al figlio le guerre che lo attendevano nel Lazio e la missione provvidenziale della fondazione di Lavinio, da cui avrebbe avuto origine la stirpe romana.
La stessa rassegna delle antiche famiglie di Firenze nel Canto XVI si rifaceva alla presentazione da parte di Anchise dei futuri eroi di Roma, mentre in questo episodio tutto è centrato su Dante destinato a lasciare la sua città in seguito alle vicende politiche del 1301-1302 e, come esule sconfitto politicamente, ad adempiere all'altissimo incarico di cui è investito. Il discorso di Cacciaguida è chiaro e privo di ambiguità, diverso dunque dalle velate allusioni di personaggi come Farinata, Brunetto Latini e Oderisi da Gubbio che avevano predetto l'esilio in modo oscuro, ma diverso anche dai responsi oracolari degli dei pagani che si prestavano a doppie interpretazioni.
Dopo l'accenno al delicato problema della prescienza divina, che non determina in modo necessario gli eventi pregiudicando così il libero arbitrio, Cacciaguida annuncia a Dante che dovrà lasciare Firenze per la malvagità dei suoi concittadini, come Ippolito fu costretto a lasciare Atene per la perfidia della matrigna Fedra. Più che alle beghe cittadine tra le opposte fazioni di Guelfi Bianchi e Neri, l'avo riconduce la questione dell'esilio alla caparbia volontà di papa Bonifacio VIII di favorire la parte Nera in combutta con la monarchia francese e Carlo di Valois, per cui la vicenda personale di Dante si inserisce in un più ampio contesto politico che va oltre la prospettiva comunale di Firenze e riguarda il conflitto tra potere papale e autorità imperiale, fonte secondo Dante dei mali politici dell'Italia.
Cacciaguida predice a Dante le amarezze e le sofferenze del suo girovagare di città in città, accusato di falsi crimini dai suoi ex-concittadini e in contrasto con gli altri fuorusciti destinati ad essere sconfitti nella battaglia della Lastra, costretto infine a mendicare il pane dai signori che gli offriranno protezione e rifugio: tra questi spiccano naturalmente gli Scaligeri di Verona, soprattutto quel Cangrande che sarà il principale protettore del poeta e al quale Dante dedicherà proprio il Paradiso.
Cangrande si colloca al centro della profezia dell'esilio, in quanto Cacciaguida ne traccia un piccolo panegirico e lo presenta come personaggio destinato a grandi imprese, che mostrerà il suo valore militare e politico disdegnando le ricchezze e soprattutto tenterà di ristabilire l'autorità imperiale in Italia del Nord. L'attesa fiduciosa di un personaggio in grado di porre fine ai soprusi e alle ingiustizie politiche attraversa vivissima l'intero poema ed è lo sprone che induce Dante a compiere la sua missione poetica fino in fondo, senza mostrare mai il minimo cedimento o timore.
La Missione Poetica e la Verità
Questa missione è poi solennemente dichiarata da Cacciaguida a Dante nella seconda parte del Canto, dopo che il poeta ha espresso i suoi dubbi che nascono proprio dalla profezia dell'esilio delineatasi finalmente con chiarezza: Dante sa che è chiamato dalla Provvidenza a rivelare tutto ciò che ha visto nel corso del viaggio, ma sa anche che i suoi versi riusciranno sgraditi a molti e quindi teme di precludersi possibili aiuti e protezioni se dirà tutta la verità, rischiando in caso contrario di scrivere un'opera di poco peso e, quindi, di non ottenere la fama imperitura.
La risposta di Cacciaguida è tale da non lasciare incertezze ed è una chiara esortazione a non essere timido amico della verità, poiché proprio questo è il compito di Dante: nei tre luoghi dell'Oltretomba gli sono stati mostrati exempla di anime dannate o salve secondo il criterio della notorietà, poiché solo attraverso personaggi conosciuti il lettore ne sarà colpito al punto di modificare la sua condotta, dunque sarebbe una grave mancanza da parte di Dante omettere qualche particolare della "visione" o tacere i nomi di quei personaggi da cui potrebbe attendersi ostilità o ritorsioni.
Il valore del poema è allora soprattutto quello di un'alta denuncia contro i mali dell'Italia del tempo, che sono legati all'assenza di una autorità centrale in grado di garantire le leggi, alla corruzione diffusa capillarmente nella Chiesa, più in generale all'avidità di guadagno che è dovuta alla diffusione del denaro. Dante non dovrà tirarsi indietro rispetto a tale compito e dovrà quindi riferire fedelmente tutto ciò che gli è stato mostrato, ovvero la condizione delle anime post mortem che secondo la finzione del poema (e in base a quanto Dante stesso afferma nell'Epistola XIII) gli viene fatta conoscere da vivo in virtù di un altissimo privilegio e in considerazione dei suoi meriti poetici.
Il discorso di Cacciaguida è perciò stilisticamente solenne, ma non rinuncia talvolta ad espressioni crude e di immediata evidenza, come la frase "lascia pur grattar dov'è la rogna" che rende bene l'idea della missione affidata a Dante, quella cioè di dire la verità anche quando questa suonerà sgradevole alle orecchie dei potenti. Del resto la voce del poeta sarà simile a un vento che colpirà maggiormente proprio le cime più alte, ovvero i personaggi più illustri del tempo che erano più di altri responsabili della decadenza morale e politica dell'Italia, per cui solo in tal modo Dante potrà legittimamente aspettarsi la fama eterna dal poema sacro al quale, come lui stesso dirà, hanno cooperato Cielo e Terra.
Il solenne ammonimento di Cacciaguida assume dunque lo stesso valore della missione di Enea nelle parole di Anchise alla fine del libro VI dell'Eneide, quando affidava al figlio il compito di gettare le basi della stirpe romana destinata a dominare il mondo e ad assicurare pace e giustizia sotto l'Impero di Augusto: come il pius Aeneas nemmeno Dante si sottrarrà al suo dovere e farà davvero manifesta tutta la sua visione, mostrando casi clamorosi e inattesi di personaggi dannati all'Inferno e altrettanti esempi di salvezze imprevedibili in Purgatorio e in Paradiso, il cui scopo ultimo è affermare l'infallibilità della giustizia divina, anche al di là delle capacità di comprensione umana.
L'episodio di Cacciaguida si colloca dunque al centro esatto della Cantica e del poema in ragione dell'alto valore morale di questa investitura, che è poi la spiegazione essenziale del successo della Commedia destinato a durare assai più della breve vita del suo autore: la differenza tra quest'opera e le scialbe descrizioni dell'Oltretomba di scrittori precedenti non è solo nella novità della rappresentazione, ma soprattutto nel coraggio della denuncia contro i mali religiosi, politici, sociali del mondo del suo tempo, che acquista tanto maggiore rilievo quando si pensi alle oggettive difficoltà di Dante bandito in esilio dalla sua città, costretto a elemosinare l'aiuto dei potenti, esposto alle possibili vendette dei suoi nemici vecchi e nuovi, e nonostante tutto privo di dubbi nel portare a termine quella che considerava una missione irrinunciabile.

Il Significato di "Come sa di sale lo pane altrui"
"Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui" è un verso memorabile tratto dalla Divina Commedia di Dante. Nel XVII canto del Paradiso, ambientato nel cielo di Marte, Dante continua la conversazione con il suo avo Cacciaguida. Dopo aver ricevuto da lui notizie sulla sua vita e sull'antica Firenze, Dante, colto da dubbi e incertezze, chiede chiarimenti riguardo alle numerose profezie sul suo futuro pronunciate durante il suo viaggio nell'Inferno e nel Purgatorio.
Cacciaguida affronta la complessa questione della predestinazione e si fa portavoce di un'ulteriore, dura profezia: l'esilio di Dante da Firenze. Il verso "Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui" racchiude in sé il profondo significato dell'esperienza dell'esilio. Esso simboleggia la sofferenza della lontananza dalla propria patria, l'umiliazione di dover dipendere dall'ospitalità altrui e la durezza di vivere alle spese di altri.
Il "pane altrui" diventa metafora del sostentamento ricevuto in esilio, un sostentamento che, privo del sapore familiare del proprio pane, acquista un gusto amaro e salato, quasi a sottolineare la perdita della propria autonomia e dignità. L'esilio è la perdita delle abitudini, del proprio luogo nel mondo, della propria identità, e il sapore del pane altrui ne è un'eloquente testimonianza.
Dante, anche visto gli insuccessi militari dei Guelfi bianchi, a partire dalla fine del 1303 si iniziò a isolare dagli altri esiliati, attirandosi la loro inimicizia. Il verso di Cacciaguida, quindi, non è solo una previsione, ma anche un monito e una profonda riflessione sulla condizione umana dell'esule, costretto a confrontarsi con la durezza della vita lontano da casa.
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