Brigantaggio, sottotenenti e carabinieri: uno sguardo sulla storia italiana
Il brigantaggio in Italia, specialmente nel periodo post-unitario, è stato un fenomeno complesso, intrecciato con dinamiche sociali, politiche ed economiche. Figure come Giuseppe Musolino, soprannominato il "brigante gentiluomo" per il suo processo svoltosi in abiti eleganti, o Carmine Crocco, ex garibaldino diventato leader rivoluzionario, incarnano le diverse sfaccettature di questo periodo turbolento. La narrazione di questi eventi è spesso ambigua, con film come "Li chiamarono… briganti" di Pasquale Squitieri che tentano di offrire una prospettiva diversa, spostando l'attenzione sulle sofferenze del Meridione e le atrocità commesse dall'esercito piemontese.

Il contesto del brigantaggio
L'Unità d'Italia, sebbene unificasse la nazione, portò con sé profonde disuguaglianze e malcontento, specialmente nel Sud. La povertà dei contadini, la rapacità di alcuni proprietari terrieri e una certa diffusa immoralità tra le classi dirigenti crearono un terreno fertile per il brigantaggio. A ciò si aggiunsero le ragioni politiche sostenute dalla corte borbonica spodestata, che alimentarono un conflitto con un tributo di caduti superiore a quello di tutte le guerre d'indipendenza messe insieme.
Contro le bande brigantesche fu impiegato un esercito imponente, con un picco di 90.000 unità. L'Arma dei Carabinieri giocò un ruolo cruciale in questa repressione, partecipando con una media di 4.000 militari, a cui si aggiungevano oltre 2.000 schierati in Sicilia. L'impegno dei Carabinieri fu ricompensato con numerosi riconoscimenti, tra cui una Medaglia d'Oro al Valor Militare, croci dell'Ordine Militare di Savoia e centinaia di medaglie d'argento e di bronzo al Valor Militare.
Episodi di coraggio e repressione
Numerosi furono gli episodi tragici e gli atti di eroismo durante la lotta al brigantaggio:
- Il 6 maggio 1862, a Monteleone (FG), il Brigadiere Pomero e 5 Carabinieri affrontarono una banda di 40 briganti.
- Il 16 giugno 1863, a Martina Franca (TA), il Capitano Allisio distrusse la banda del brigante "Pizzichicchio".
- Il 10 dicembre 1863, a Montepeloso (MT), il brigadiere Reinino e pochi Carabinieri caricarono alla baionetta 23 briganti a cavallo, avendone ragione.
- Il 13 marzo 1864, a Lagopesole (PZ), i Carabinieri e la Guardia Nazionale ebbero la meglio sul brigante "Ninco Nanco".
La repressione fu spesso brutale, con ordini come "Chiunque tratterà o alloggerà briganti sarà fucilato" e fucilazioni di massa che non risparmiavano donne e bambini. Questi metodi, definiti "poco ortodossi", suscitarono anche perplessità all'interno dell'Arma, come nel caso del caporale dei carabinieri Nerza nel film di Squitieri, che pur obbedendo agli ordini, mostrava disagio.

Il ruolo dei Carabinieri e le guerre d'indipendenza
L'Arma dei Carabinieri, definita "Benemerita" per la prima volta nel 1864, ebbe un ruolo fondamentale non solo nella lotta al brigantaggio, ma anche nelle Guerre d'Indipendenza. Durante la Terza Guerra d'Indipendenza nel 1866, i Carabinieri concorsero alle operazioni con 1.000 uomini, distinguendosi in diversi combattimenti e meritando l'apprezzamento del generale Garibaldi.
Garibaldi e i Carabinieri ebbero modo di incontrarsi nuovamente in diverse occasioni, dimostrando una collaborazione, seppur a volte complessa, verso gli obiettivi nazionali. L'intervento dei Carabinieri nel tentativo di Garibaldi di marciare su Roma nel settembre 1867, culminato con il suo arresto, evidenzia il loro dovere di servire lo Stato, anche a costo dell'impopolarità.
Il caso del sottotenente Antonio Belcudi
Un episodio oscuro e misterioso è la morte del sottotenente Antonio Belcudi, avvenuta il 20 settembre a S. Agata. Durante un pattugliamento per contrastare la presenza di briganti, il sottotenente fu trovato ucciso a distanza di ottanta metri da un casolare perquisito. Le indagini suggerirono un colpo di "fuoco amico", forse causato da un incidente durante la corsa in un terreno accidentato. Nonostante le indagini, il caso rimase avvolto nel mistero, sottolineando le difficoltà e i pericoli affrontati dalle forze dell'ordine.
La TERZA GUERRA d’INDIPENDENZA ITALIANA (1866)
Il brigantaggio nel cinema e nella storiografia
Il film "Li chiamarono… briganti" di Pasquale Squitieri, uscito nel 1999, ha tentato di gettare luce su un'altra prospettiva del brigantaggio, quella del popolo meridionale oppresso dall'esercito sabaudo. Squitieri non esita a mostrare la crudeltà delle rappresaglie, gli stupri e le decapitazioni di briganti, episodi documentati da testimonianze fotografiche e bibliografiche. Il film affronta anche temi come i contatti tra governo sabaudo e criminalità organizzata e le conseguenze negative dell'unità d'Italia, note come "questione meridionale".
La narrazione di Squitieri, pur con alcune libertà artistiche, si basa su fatti storici, come la figura di Carmine Crocco, ex garibaldino che si ritrovò a combattere contro il nuovo regno. Il film, tuttavia, fu criticato per revisionismo storico e sparì "stranamente" dalle sale cinematografiche, alimentando dibattiti sulla censura e sulla rappresentazione della storia italiana.
Il film si concentra sulla figura di Carmine Crocco, inizialmente un sostenitore dell'unità d'Italia, che dopo essere stato deluso dal nuovo governo sabaudo, si unisce ai Borboni. La sua trasformazione da brigante a rivoluzionario, con l'appoggio di figure come Ninco Nanco e Caruso, viene narrata in modo crudo, mostrando le atrocità commesse dall'esercito piemontese. La repressione guidata dal generale Enrico Cialdini è descritta con metodi brutali, tra fucilazioni di massa e sequestri di beni.
La storia di Caruso, che tradisce Crocco per ottenere la grazia, diventa un elemento chiave nella sconfitta delle bande brigantesche. Il film, pur con un finale romanzato, cerca di offrire una visione alternativa degli eventi, mettendo in luce la prospettiva del popolo che vide nell'unità d'Italia un'invasione e un'oppressione.

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