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Violenza contro gli infermieri: cause, conseguenze e strategie di prevenzione

La violenza e le molestie sul posto di lavoro rappresentano un comportamento suscettibile di causare danni fisici, psicologici ed economici agli operatori sanitari. Già oltre vent'anni fa, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l'International Labour Organization (ILO), l'International Council of Nurses (ICN) e la Public Services International (PSI) hanno sviluppato congiuntamente le Framework guidelines for addressing workplace violence in the health sector. Questi strumenti miravano a sostenere lo sviluppo di politiche di prevenzione della violenza in contesti non di emergenza, fornendo un questionario (tradotto anche in italiano) e un protocollo di studio per indagare l'entità e le conseguenze di tali atti. La necessità di queste linee guida persiste ancora oggi, poiché gli operatori sanitari sono esposti a un elevato rischio di violenza in tutto il mondo.

Secondo l'OMS, tra l'8% e il 38% degli operatori sanitari subisce violenza fisica nel corso della propria carriera. Molti di più sono coloro che vengono minacciati o esposti ad aggressioni verbali. L'abuso verbale (58%) è la forma più comune di violenza non fisica, seguito da minacce (33%) e molestie sessuali (12%). La maggior parte degli episodi di violenza è perpetrata da pazienti e visitatori. Anche in situazioni di emergenza e conflitto, gli operatori sanitari possono diventare bersaglio di violenze collettive o politiche. Le categorie professionali più a rischio includono infermieri, personale del Pronto Soccorso e paramedici, ovvero tutti coloro che sono direttamente coinvolti nell'assistenza al paziente.

Grafico a torta che illustra le diverse tipologie di violenza subite dagli operatori sanitari (abuso verbale, minacce, molestie sessuali, violenza fisica).

La violenza contro gli operatori sanitari è inaccettabile e ha un impatto negativo non solo sul loro benessere psico-fisico e sulla motivazione lavorativa, ma compromette anche la qualità delle cure e l'offerta sanitaria complessiva, generando inoltre ingenti perdite finanziarie nel settore.

Strategie di prevenzione e gestione della violenza

Gli interventi per prevenire la violenza contro gli operatori sanitari in contesti non di emergenza si concentrano su strategie per una migliore gestione dei pazienti e dei visitatori ad alto rischio. Nelle situazioni di pericolo, l'attenzione si sposta sulla garanzia della sicurezza fisica delle strutture sanitarie.

Una recente scoping review ha avuto l'obiettivo di identificare e riassumere le evidenze sulle strategie per prevenire e/o gestire la violenza sul luogo di lavoro nelle strutture sanitarie. Le revisioni di ambito sono strumenti preziosi per sintetizzare la ricerca esistente, categorizzando e raggruppando la letteratura in un determinato campo.

Per questa revisione, le ricerche sono state limitate a linee guida di pratica clinica basate sull'evidenza e a revisioni sistematiche pubblicate tra il 2015 e il 2021. Sono stati esaminati diversi database e valutata la qualità di 3 linee guida e 33 revisioni sistematiche. Le linee guida Guidelines for preventing workplace violence for healthcare and social service workers dell'Occupational Safety and Health Administration (2015) e il documento Preventing violence, harassment and bullying against health workers della Registered Nurses' Association of Ontario (2019) hanno fornito raccomandazioni utili per la costruzione di un programma di prevenzione completo.

Le componenti centrali di tali programmi includono la valutazione del rischio basata sull'evidenza, la prevenzione e la gestione, l'educazione e la formazione. È tuttavia necessaria una rivalutazione e un aggiornamento sistematici di queste strategie.

Il fenomeno della violenza in Italia

Gli episodi di aggressione e violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari sono stati oggetto di numerosi articoli di cronaca, evidenziandone la pericolosità anche dal punto di vista sociale. Si tratta di atti diffusi, la cui entità numerica è difficile da quantificare a causa della mancata denuncia o della tendenza delle vittime a soprassedere.

Un contributo significativo per far luce su questo fenomeno è stato fornito da un rapporto curato dalla Sovrintendenza Sanitaria Centrale dell'Inail, diffuso nel 2022 in occasione della Giornata nazionale di educazione e prevenzione contro la violenza nei confronti degli operatori sanitari e socio-sanitari. Lo studio si è concentrato in particolare sulle aggressioni subite dal personale operante nelle sedi territoriali Inail nel 2020, attraverso un questionario specifico.

Al questionario hanno risposto 1.144 operatori sanitari, di cui il 45% medici e il 44% infermieri. Il 40% degli interpellati ha dichiarato di aver subito un'aggressione, per un totale di 459 episodi di violenza dichiarati, e il 27% di averne subita più di una. La molestia è stata la tipologia di aggressione maggiormente segnalata (42%), seguita dalla minaccia (35%) e dalle aggressioni verbali (10%). Il 91% delle aggressioni è avvenuto negli ambulatori e/o nei centri medico-legali. Nel 61% dei casi gli aggressori erano assistiti, mentre nel 21% dei casi si trattava di familiari.

Infografica che mostra la percentuale di aggressioni subite da operatori sanitari in Italia, suddivise per tipologia (molestia, minaccia, aggressione verbale) e luogo di accadimento.

Una scoping review sugli aspetti legali della violenza sul posto di lavoro (Workplace Violence - WPV) in Italia, condotta analizzando database come PubMed, Scopus, Web of Science e CINAHL fino ad aprile 2021, ha incluso 32 documenti pertinenti. La prevalenza di WPV nei confronti degli operatori sanitari in Italia è risultata elevata, con differenze significative tra regioni, reparti e ruoli professionali. Gli episodi di violenza sono stati particolarmente frequenti nei reparti psichiatrici e di emergenza, e tra infermieri e medici. Tuttavia, sono necessari ulteriori studi per raccogliere evidenze sistematiche sul fenomeno.

Le revisioni hanno evidenziato che tra l'11,9% e il 93,3% degli operatori sanitari ha riferito di essere stato vittima di aggressioni e minacce verbali, mentre il 27,5-50,3% afferma di essere stato vittima di violenza fisica. Data la difficoltà di rilevazione e l'eterogeneità metodologica nel monitoraggio, gli autori raccomandano di uniformare i registri delle aggressioni su tutto il territorio italiano e di strutturare un'adeguata policy per promuovere una maggiore sensibilizzazione del personale sanitario. È inoltre auspicabile una maggiore formazione e la realizzazione di campagne informative che sottolineino l'importanza di denunciare tutte le aggressioni e forniscano una chiara definizione di "violenza sul posto di lavoro".

Misure legislative e istituzionali

Il Ministero della Salute, con il decreto n. 13 del gennaio 2022, ha istituito l'Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie, previsto dalla legge 113 del 2020. L'Osservatorio ha il compito, tra gli altri, di monitorare l'attuazione delle misure di prevenzione e protezione a garanzia della sicurezza sui luoghi di lavoro. I dati raccolti dall'Osservatorio sono utili per la relazione annuale che il Ministro della Salute trasmette alle Camere.

L'Osservatorio prevede nella sua composizione la presenza di rappresentanti dei ministeri della Salute, dell'Interno, della Giustizia, della Difesa e del Lavoro, oltre a rappresentanti delle regioni, dell'Inail e dell'Agenas. È inoltre presente una nutrita rappresentanza degli Ordini professionali e dei sindacati.

Durante una riunione del 23 gennaio 2023, il Ministro della Salute ha sottolineato l'importanza di mappare le strutture più a rischio, alla luce del crescente numero di episodi di violenza segnalati a danno di operatori sanitari (60 nel 2021 e 85 nel 2022), e della collaborazione avviata con il Ministero dell'Interno per garantire maggiore sicurezza negli ospedali.

La violenza di genere sul posto di lavoro | Maria Teresa Coppola

Tipologie di violenze e gruppi vulnerabili

La prima "Relazione sulle attività dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie" (ONSEPS), presentata il 20 marzo 2023, analizza diversi studi di settore. Alcuni di questi mettono in rilievo come la forma più comune di violenza sia l'aggressione verbale, seguita da minacce verbali, attacchi fisici, abuso sessuale, molestia etnica, diffamazione, mobbing, bullismo, comportamento intimidatorio e molestia razziale.

Una revisione sistematica e meta-analisi (Liu et al., 2019) ha indicato che il 61,9% degli operatori sanitari ha riportato l'esposizione a una forma di violenza sul posto di lavoro, con il 42,5% che ha sperimentato violenza verbale e il 24,4% violenza fisica nei 12 mesi precedenti. La forma più comune di violenza non fisica è costituita da abuso verbale e molestia sessuale. Un'altra revisione (Azami et al., 2018) evidenzia una prevalenza dell'89,7% di abuso verbale e del 21% di violenza fisica nei dipartimenti di emergenza nei confronti degli infermieri.

Per quanto riguarda i gruppi vulnerabili, la letteratura identifica nell'infermiera donna e nel personale sanitario femminile le categorie più colpite in numero assoluto. Questo fenomeno può essere inquadrato nel più ampio contesto della violenza contro le donne. È inoltre rilevante l'incidenza delle aggressioni nel campo della medicina veterinaria.

Le linee guida ILO, ICN, WHO e PSI sintetizzano i fattori di rischio relativi alla vittima:

  • Profilo professionale: infermieri e personale dei mezzi di soccorso (rischio molto alto); medici, personale tecnico (rischio alto); tutti gli altri professionisti (rischio comunque presente).
  • Vulnerabilità reale o percepita: personale appartenente a minoranze, personale in formazione o in fase di inserimento, lavoratori precari, lavoratori di giovane età, donne.
  • Esperienza e attitudini: basso livello di esperienza, atteggiamento poco disponibile o irritante, scarsa capacità di accettare i problemi.

Le aree assistenziali in cui questi episodi accadono con maggiore frequenza sono i dipartimenti di emergenza-urgenza e le psichiatrie, dove la violenza sul luogo di lavoro è talvolta percepita e accettata dagli infermieri come parte integrante del lavoro stesso (Ayasreh e Hayajneh, 2021; Pich et al., 2017; Hesketh et al., 2003).

Cause della violenza

La maggior parte degli studi indica che l'eccessivo tempo di attesa nell'erogazione delle prestazioni costituisce il principale fattore determinante nel verificarsi di episodi di aggressione e violenza contro gli operatori sanitari (Algwaiz e Aghanim, 2012; Hamdam e Abu Hamra, 2015; Davey et al., 2020; Shafran-Tikva et al., 2017; Raveel e Schoenmakers et al., 2019; Serrano Vicente et al., 2019).

Altri fattori includono:

  • Aspettative irrealistiche da parte dei pazienti (Honarvar et al., 2019; Hamdam e Abu Hamra, 2015; Davey et al., 2020; Shafran-Tikva et al., 2017; Raveel e Schoenmakers, 2019).
  • Scarsa conoscenza da parte dei pazienti e dei loro familiari del sistema sanitario e dei servizi.
  • Scarsa comunicazione tra pazienti ed erogatori delle prestazioni (Hamdam e Abu Hamra, 2015; Shafran-Tikva et al., 2017; Tucker et al., 2015).
  • Mancanza di competenze comunicative da parte degli erogatori delle prestazioni (AulAlRab e Al Khawaldeh, 2014; Hamdam e Abu Hamra, 2015; Tucker et al., 2015).
  • Comportamento adottato (Pompeii et al., 2015; Shafran Tikva et al., 2017).
  • Condizioni connesse al setting ospedaliero (Shafran-Tikva et al., 2017; Wong et al., 2017).
  • Professionalità del personale sanitario, incluso l'uso di commenti inaccettabili e la disaffezione da parte degli utenti nei confronti della qualità dei servizi (Pompeii et al., 2015; Shafran-Tikva et al., 2017).
  • Assenza di politiche e strategie e staff inadeguato (Algwaiz e Aghanim, 2012; Bilici et al., 2016).
  • Lunghi turni di lavoro (Honarvar et al., 2019).

Inoltre, una revisione sistematica riporta come causa degli eventi di violenza l'abuso di sostanze da parte dei pazienti e il loro stato psichiatrico (Raveel e Schoenmakers, 2019). Un'altra revisione indica che la salute psicologica del paziente, inclusa ansia, reazioni acute di stress, intossicazione alcolica e/o da droghe e demenza, sono predittori di violenza fisica contro gli operatori sanitari perpetrata dai pazienti (D’Ettorre et al., 2018).

La crescente mancanza di fiducia dei pazienti nei confronti dei medici e del sistema sanitario è un'altra causa significativa. Il paziente tende a considerare la terapia non come un percorso di cura, ma come un bene di consumo da "acquistare" o rifiutare se non soddisfa le proprie aspettative. Quando le richieste non vengono esaudite, la frustrazione può tradursi in aggressioni.

Strategie di gestione e mitigazione

La relazione ONSEPS si sofferma anche sulle strategie di gestione delle conseguenze degli atti di violenza. In un'ottica reattiva, si stanno studiando i fattori che possono incidere positivamente sull'instaurazione di disturbi e danni, soprattutto a livello psicologico.

I fattori che si sono dimostrati favorevoli alla correlazione tra violenza e burnout sono di carattere strutturale/organizzativo (supporto sociale, qualità dell'ambiente di lavoro, leadership autoritaria, basso livello di autonomia, lunghe giornate di lavoro) e di tipo personale (età, genere, nazionalità e laurea). Fattori protettivi includono, invece, la qualità dell'ambiente di lavoro, reti di mutuo supporto e strategie di adattamento (Giménez Lozano et al., 2021).

La disponibilità di un supporto di counseling attenua la relazione tra aggressione fisica e le dimensioni del burnout (esaurimento emotivo, spersonalizzazione e realizzazione personale), in modo meno rilevante in relazione a un'aggressione verbale. In generale, l'intervento di counseling può aiutare a minimizzare l'impatto negativo dell'esposizione ad aggressioni sulla salute mentale (Vincent-Hoper et al., 2020; Di Prinzio et al., 2022).

Per la mitigazione del fenomeno, dovrebbero essere attuate strategie di prevenzione per ridurre gli attacchi contro i professionisti sanitari, soprattutto quelli che operano nei dipartimenti di emergenza (Bilici et al., 2016). È raccomandato potenziare il personale di sicurezza e la formazione per mitigare la violenza sul luogo di lavoro in contesti sanitari. Il ruolo centrale della formazione degli operatori è evidenziato anche per promuovere la comprensione del fenomeno e la necessità di supervisione clinica (Geoffrion et al., 2020; Ashton et al., 2018; Kynoch et al., 2011).

Un tema chiave ai fini della prevenzione è costituito dalla definizione di strategie di comunicazione, così come dall'organizzazione e conduzione di campagne informative e di sensibilizzazione pubbliche sul fenomeno, altamente raccomandate per annullare carenze comunicative (Davey et al., 2020).

Altre misure di prevenzione includono:

  • Avere con sé un telefono.
  • Conoscere e praticare tecniche di autodifesa.
  • Capacità di dissuadere possibili aggressori invitandoli in modo efficace ad evitare di essere violenti.
  • Capacità di auto-supporto e ricezione di supporto sociale.
  • Limitare le interazioni con potenziali o conosciuti aggressori (Gillespie et al., 2010).

È fondamentale che le direzioni sanitarie generali si assumano la responsabilità di salvaguardare la sicurezza degli operatori e si costituiscano parte civile in ogni caso di aggressione. Questo rappresenta un segnale forte della volontà di proteggere chi opera quotidianamente per garantire la salute dei cittadini e rendere il luogo di cura un ambiente più sicuro per tutti.

Secondo i dati INAIL, il 46% delle aggressioni al personale sanitario riguarda gli infermieri e il 6% i medici, spesso perché gli infermieri sono i primi professionisti a intercettare le persone che si rivolgono ai servizi e quindi sono più esposti.

La prevenzione degli episodi di violenza richiede che l'organizzazione identifichi i fattori di rischio per la sicurezza del personale e adotti le strategie organizzative, strutturali e tecnologiche più opportune. È essenziale diffondere una politica di tolleranza zero verso atti di violenza, incoraggiare il personale a segnalare prontamente gli episodi subiti e suggerire misure per ridurre o eliminare i rischi, facilitando il coordinamento con le Forze dell'Ordine o altri soggetti di supporto. Solo l'impegno comune può migliorare l'approccio al problema e assicurare un ambiente di lavoro sicuro.

La violenza sul posto di lavoro è definita dal National Institute of Occupational Safety and Health come "aggressione fisica o tentativo di aggressione, comportamento minaccioso o abuso verbale che si verifica nel posto di lavoro". La violenza verbale e fisica sugli operatori sanitari, e in particolare sugli infermieri, è un dato in crescita e continuamente presente.

Aggressioni nelle cure domiciliari

La relazione ONSEPS analizza anche gli episodi di aggressione e violenza subita dagli operatori sanitari nelle cure domiciliari, una modalità assistenziale in crescita a causa dell'invecchiamento della popolazione e dell'aumento delle malattie cronico-degenerative. Gli operatori sanitari, soprattutto infermieri, che accedono al domicilio dei pazienti subiscono frequentemente aggressioni e atti di violenza. Si tratta di un fenomeno fortemente sottostimato perché poco segnalato.

Una revisione ha evidenziato che la violenza risulta più comune in situazioni con pazienti affetti da disordini cognitivi, abuso di sostanze e mobilità limitata; in operatori che temono la possibilità di subire violenza, o che conducono una relazione paziente-operatore molto stretta o troppo distante; e dove il piano assistenziale non include i bisogni del paziente. La revisione sottolinea una carenza di evidenze sui determinanti delle violenze perpetrate nell'assistenza domiciliare.

Un'altra revisione sistematica e meta-analisi ha messo in evidenza la prevalenza degli episodi di violenza sessuale, sia di molestia sia di abuso, da parte di utenti ai danni degli operatori sanitari nelle cure domiciliari. Gli episodi di violenza sessuale si verificano nello 0,06% dei casi di violenza, con una maggiore incidenza degli episodi di molestia. Le cure domiciliari costituiscono un setting di cura particolare, non soggetto a controlli, e quindi più a rischio di episodi di violenza, anche sessuale. Sono necessarie misure idonee di prevenzione per garantire la sicurezza degli operatori in questo ambito.

Dati recenti e tendenze

Il 2024 si è chiuso con un aumento del 33% delle aggressioni al personale sanitario in Italia, e il nuovo anno è iniziato con una nuova ondata di violenza. A Napoli, nei primi giorni dell'anno, si sono registrati quattro episodi di aggressione negli ospedali cittadini nell'arco di soli sei giorni. Al CTO, un infermiere è stato colpito con un calcio al petto da un uomo durante le operazioni di triage. Al Cotugno, una dottoressa è stata minacciata e aggredita da una donna mentre prestava assistenza a un paziente. All'ospedale San Paolo, un'infermiera è stata minacciata di morte.

Anche nel Lazio, la situazione appare grave. A Roma, presso l'ospedale Pertini, una paziente ha aggredito il personale sanitario con calci e pugni. Il 6 gennaio 2025, nel quartiere Collatino, un uomo di 37 anni ha attaccato con un martello l'autista di un'ambulanza.

Negli ultimi cinque anni, le aggressioni contro gli operatori sanitari in Italia sono aumentate del 38%, con circa 18.000 episodi registrati nell'ultimo anno. Le donne, in particolare le infermiere, risultano le più colpite, subendo il 76% delle aggressioni.

Per affrontare questa minaccia, il governo italiano ha introdotto misure legislative più severe. Nel 2024 è stato approvato un decreto legge che prevede l'introduzione dell'arresto obbligatorio in flagranza per chi commette atti di lesioni personali nei confronti di medici, infermieri e operatori socio-sanitari, nonché un arresto in flagranza differita a determinate condizioni.

Le cause profonde identificate includono la crescente mancanza di fiducia dei pazienti nel sistema sanitario, le lunghe liste d'attesa e i tempi estenuanti nei pronto soccorso. La maggior parte delle aggressioni si verifica in queste situazioni critiche, con i familiari dei pazienti che, esasperati dall'attesa e dalla percezione di inefficienza, reagiscono in modo violento.

È indispensabile una riforma complessiva della presa in carico del paziente, garantendo pienamente il diritto alla salute. Occorre un maggiore impegno da parte delle direzioni sanitarie generali per salvaguardare la sicurezza degli operatori e costituirsi parte civile in ogni caso di aggressione.

La relazione conferma le indicazioni internazionali e riporta i risultati dello studio CEASE-it, in cui, oltre alla numerosità dei casi non denunciati, si evidenzia che riconoscere il comportamento agitato dell'assistito come fattore predittivo degli episodi di violenza, senza un'adeguata formazione a disinnescare l'aggressività, aumenta del 66% la probabilità di subire violenza. Lavorare come infermiere nell'area dell'emergenza/urgenza aumenta di oltre due volte la probabilità di subire violenza rispetto a lavorare in area medica.

Tra i fattori che diminuiscono le aggressioni, l'età gioca un ruolo significativo: all'aumentare dell'età degli infermieri diminuisce del 3% la probabilità di subire violenza. Gli infermieri che riconoscono l'uso di sostanze illecite da parte degli assistiti come fattore predittivo di episodi di violenza hanno il 36% di probabilità in meno di subire violenza rispetto a coloro che non riconoscono questo fattore.

tags: #violenza #sugli #infermieri

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