Olio di Fegato di Merluzzo e Fascismo: Un'Analisi Storica e Sociale
I primi bombardamenti alleati colpirono il litorale italiano nella tarda primavera del 1943, lasciando dietro di sé macerie fumanti. La presenza dell'aeroporto di Furbara rendeva il territorio di Cerveteri un obiettivo strategico, al punto che le autorità comunali decisero di chiudere la scuola la prima domenica dopo la festa dell'8 maggio. Seguirono mesi difficili, caratterizzati da miseria e sfollamento, ma anche da momenti di grande eccitazione e libertà per i più giovani.
Si racconta che i banchi scolastici furono procurati dai genitori stessi, e che ne venne persino costruito uno particolarmente alto e monoposto, su cui un ragazzino poteva troneggiare tra una trentina di compagni. I turni mattutini iniziavano alle otto e mezza e terminavano alle dodici e mezza, seguiti dalla refezione scolastica: una scodella di minestra con margarina, o pasta corta, o spezzatino al pomodoro, distribuita in classe dalle bidelle. Gli aventi diritto, quasi tutti, portavano da casa la propria scodella, cucchiaio e forchetta, e consumavano il pasto sui piani inclinati dei banchi.
Per un lungo periodo, nella stanza denominata "ambulatorio", situata nella prima stanza del lungo corridoio, a ogni scolaro veniva somministrata una cucchiaiata di olio di fegato di merluzzo. L'aula era uno stanzone immenso, dipinto a metà altezza di grigio, con un soffitto di un bianco sporco. I banchi, a due posti con sedile fisso, presentavano al centro un calamaio che ogni mattina veniva riempito di inchiostro nero dalla bidella. Gli scolari erano spesso coinvolti in "battaglie" per evitare che gocce d'inchiostro cadessero sul quaderno, espandendosi e rovinando il dettato. Sul tavolo dell'insegnante non mancava mai il "castigasomari", utilizzato per colpire gli alunni sulle mani, gambe o spalle.

Oggi, 28 ottobre 2022, a un secolo dalla Marcia su Roma, è doveroso riflettere sul concetto di merito. Il merito è un valore prezioso, a condizione che non venga considerato in astratto, ma in connessione con altri principi fondamentali della convivenza civile. Esistono due concezioni antitetiche del merito: quella fascista e quella democratica. Per comprendere appieno la differenza, è utile un breve excursus storico.
Il Fascismo e la Concezione del Merito
Un secolo fa, il fascismo si presentò come una forza palingenetica, volta a un radicale cambiamento della società. Le camicie nere e i loro leader non intendevano accompagnare i mutamenti sociali in corso, influenzati dagli eventi dell'Ottobre russo e dal progresso tecnologico, ma piuttosto imporre dall'alto un nuovo modello di vita. Questo stile rivoluzionario, in contrasto con il passato, esaltava il nuovo e si serviva della retorica del dinamismo e del futurismo, attingendo al mito della Roma imperiale.
Mussolini si propose come interprete del desiderio collettivo di riscatto, punto di riferimento delle masse e uomo della provvidenza, capace di riportare l'Italia al suo "posto al sole" tra le potenze europee coloniali. La sua azione partì dalla scuola, con la riforma Gentile, e si basò sul principio dell'esclusione. Il fascismo non fu mai dalla parte degli ultimi e dei deboli; piuttosto, ne comprò il consenso con promesse e sussidi, per poi soggiogarli con la violenza e il terrore. Li allontanò senza alcun servizio quando necessitò di spazio per le strade dell'Impero. La Resistenza, a Roma e altrove, fu una lotta di popolo, con le periferie più degradate protagoniste di un sogno di riscossa collettiva dopo la dittatura. Il vento della Liberazione soffiò con forza nelle aree degradate, tra operai e contadini, nei quartieri popolari, ovunque l'ingiustizia fascista avesse ampliato e sedato la violenza.

La scuola fascista non era selettiva, ma disumana. Si fondava sull'idea che i più forti dovessero avanzare a scapito degli altri, creando una classe dirigente, mentre i deboli venivano abbandonati, costretti all'ignoranza e all'arretratezza, talvolta umiliati con metodi terribili. La differenza che la scuola può fare nella vita delle persone, specialmente rivolgendosi agli ultimi, agli analfabeti, a coloro che hanno condotto esistenze misere e piene di sacrifici, è inestimabile. L'alfabetizzazione del comune di Falvaterra, nel frusinate, ad opera dei bisnonni dell'autore, dimostra la stima e la gratitudine della popolazione locale verso chi si impegnava per la loro istruzione.
Merito Democratico vs. Merito Fascista
Il merito, nella concezione democratica, è un valore costituzionale da difendere, a patto che sia coniugato con l'idea di promuovere coloro che sono nati in condizioni svantaggiate, senza cristallizzare disuguaglianze e ingiustizie. Non è merito lasciare indietro chi proviene da famiglie povere e incontra maggiori difficoltà nello studio. Non è merito contrapporre una scuola all'altra in nome di una competizione sfrenata che premia i più forti e umilia i più deboli, o mettere studenti e insegnanti in competizione tra loro. Non è merito ignorare la dispersione scolastica, che in alcune regioni significa consegnare i giovani più in difficoltà al malaffare. Ironizzare sui buoni voti ottenuti dagli studenti del Sud, alludendo a magheggi, è indegno e ignora la coscienza civica di chi riconosce nella scuola e nello studio le uniche possibilità di successo nella vita.
Il merito non può coesistere con la discriminazione, l'esclusione, il disprezzo per chi è cresciuto in contesti difficili e necessita di più tempo per recuperare. Tre anniversari rendono queste riflessioni ancora più significative: i venticinque anni dalla scomparsa di don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas diocesana di Roma; i cinquant'anni dall'assassinio del cronista Giovanni Spampinato; e i cinquant'anni dalla grande manifestazione sindacale a Reggio Calabria contro lo strapotere fascista.

Tornando al fascismo e alla sua concezione criminale del merito, le parole di Mario Borsa, direttore del "Corriere d'Informazione" nel 1945, sono illuminanti: "Siamo sicuri di aver avuto noi ciò che ci meritavamo? [...] Mussolini ha chiuso gli occhi per sempre. Ma saremo noi tanto avveduti da tenerli d’ora in avanti bene aperti?". Borsa si scaglia contro le parole chiave del fascismo come "primato", "conquista", "gloria", "impero", parole che "tutti ripetevano perché titillavano la vanità". La colpa, scrive, fu nostra: "Se vogliamo in qualche modo fare uno sforzo per risollevarci, dobbiamo, anzitutto, avere il coraggio di confessarci, di gridar forte come il Nikita tolstoiano: “Siamo stati noi! Siamo stati noi!…”".
La Scuola e la Società nel Contesto Storico
Negli ultimi anni, alcuni hanno pagato un prezzo altissimo per aver creduto nell'istruzione come ascensore sociale. L'occupazione della facoltà di Scienze Politiche a Roma, in seguito alle cariche della polizia durante una manifestazione pacifica contro un convegno, evidenzia il coraggio e la passione civile dei giovani che chiedono una società più giusta, dove la cultura prevale sulla violenza. La PM Patrizia Petruzziello, eroina civile di Bolzaneto, sottolinea l'importanza di far prevalere sempre la forza del diritto sul diritto della forza. Questa nuova generazione, figlia di battaglie con molte sconfitte, crede ancora nella possibilità di un'altra università.
In un'ironica riflessione, si osserva che "Stiamo diventando tutti antifascisti, purtroppo ci mancano i fascisti". Il gruppo di amici a cui viene inviato questo pensiero è composto per lo più da classi alte (politici, magistrati, accademici, medici, avvocati, economisti, intellettuali, religiosi) e per il 60% di sinistra, per il 40% di destra. Tra questi, il politologo americano Angelo Codevilla, già collaboratore del Presidente Reagan, sostiene che siamo "fascisti oggettivamente" a causa del rapporto tra le forze storiche dominanti. Il Partito del Progresso (un tempo "Comunismo") si scontra con resistenze oggettive, a cui negli anni Venti del Novecento fu dato il nome di "Fascismo". La politica, secondo questa visione, si divide in destra e sinistra, e il resto è "fuffa".

Il conflitto politico attuale, sia in America che in Europa, non può essere liquidato superficialmente. La metà degli americani rifiuta un modello politico-valoriale-economico globalizzato e multiculturale imposto da una Classe Dominante. Questo scontro, che sostituisce le guerre tra nazioni con guerre civili (politiche) interne, è la realtà del nostro tempo.
All'inizio del periodo fascista, nel 1928, il paniere degli italiani poveri comprendeva prodotti essenziali come pane scuro, fagioli, strutto, legna da ardere, inchiostro nero, pennini, carbon coke, tela per biancheria fine, olio di fegato di merluzzo e tintura di iodio. Questo paniere riflette l'ossessione demografica del Duce, l'ansia modernista dei Futuristi, l'Aquila Littoria sui treni e l'obbligo autarchico di consumi nostrani.
I "panieri" hanno la stessa età dell'ISTAT, l'istituto nazionale di statistica, che festeggia novant'anni. Attualmente digitalizzati, questi panieri raccontano passato e presente dell'Italia. La sede dell'ISTAT, costruita da Mussolini nel 1931, ospita ancora oggi un team di ricercatori che elaborano dati sui prezzi al consumo. Il primo presidente, Corrado Gini, nominato dal Duce, realizzò tre censimenti in tre anni: industria, agricoltura e popolazione. Il fascismo, come ogni dittatura, utilizzava la statistica per il controllo, e il censimento del 1936 divenne propaganda per incentivare le nascite.
L'autarchia dei consumi era al massimo, con l'esaltazione del cotone "Sniafiocco", dell'acqua di colonia "Etrusca" e dei vestiti da uomo "Caesar". Nonostante ciò, in questi anni nascono i consumatori moderni, almeno nelle fasce alte. Questo vento di innovazione fu spazzato via dalle disastrose campagne d'Africa e dalla Seconda Guerra Mondiale, che riportarono l'Italia nella povertà più estrema.
Il paniere è uno strumento statistico fondamentale per calcolare l'inflazione. Dal 1999, è suddiviso in dodici categorie che includono i prodotti di maggiore uso collettivo, i cui prezzi vengono analizzati. Ogni cambiamento nel paniere riflette un pezzo di società che si interroga su sé stessa. La scomparsa della sottoveste e l'arrivo del latte di soia, il pensionamento delle cuccette dei treni e l'affermazione dei tatuaggi, raccontano la rapida trasformazione quotidiana dell'Italia dal miracolo economico in poi.
Tra il 1958 e il 1970, il tenore economico migliorò per tutti: nelle case entrarono la TV, l'aspirapolvere, la cucina elettrica, lo scaldabagno, il frigorifero e, di conseguenza, il cibo fresco. I panieri dell'ISTAT registrano questo boom e la rivoluzione dei consumi, quando il cibo smette di essere la voce di spesa principale delle famiglie a favore di altri beni. L'analisi di questi panieri, delle cucine immaginarie o delle drogherie, della cartella degli scolari, rivela come la storia d'Italia sia intimamente legata alla quotidianità delle persone.
Dalla brillantina ai LED, dalle sigarette Alfa alle Nazionali, dal burro che soppianta lo strutto, dai vestiti di "popeline" al Meccano, dalle auto alle biciclette, dalla polenta ai biscotti senza glutine, fino alla domestica a tempo pieno che si trasforma in colf a ore, l'elenco dei cambiamenti è mutevole. Questo lavoro, svolto dall'ISTAT con l'apporto di istituti di ricerca, associazioni di categoria e uffici statistici, si avvale di un esercito di "cacciatori" di novità che rilevano fisicamente ciò che gli italiani mangiano, bevono, indossano, guardano, leggono, quanti PC acquistano e quanti smartphone possiedono. Tutti questi dati vengono elaborati per comporre il cesto di vimini virtuale, pubblicato annualmente.
Nel 1996 entrarono le mozzarelle di bufala, nel 1999 Internet, nel 2009 la chiavetta USB e nel 2011 il fast food etnico. Questi cambiamenti riflettono l'evoluzione della società italiana e dei suoi consumi.

Nella rubrica "Maremma com'era", una foto scattata a Seggiano nell'anno scolastico 1936-1937 mostra due classi elementari, maschile e femminile. In un'epoca in cui il cibo scarseggiava e la carne era un lusso, nelle scuole veniva distribuito l'olio di fegato di merluzzo come integratore alimentare. Si nota che non tutti i bambini avevano un cucchiaio, suggerendo che questi venissero condivisi.
A Torino, nel 1889, fu edificata la scuola Pacchiotti, intitolata al chirurgo anatomopatologo e promotore della scienza igienica, seguendo le più moderne norme igieniche. Oltre al ricircolo dell'aria, ai sistemi di riscaldamento e all'acqua corrente nelle latrine, la Pacchiotti fu la prima scuola torinese a disporre di docce sotterranee. Questo esempio portò all'ammodernamento di molte altre scuole, spesso su richiesta dei genitori, per l'installazione di docce. Nel 1914 la scuola Muratori fu ampliata e dotata di un locale docce, e l'anno successivo la scuola Manzoni incluse docce al piano terra. Nel 1923, il Comitato dei Padri di Famiglia della scuola Rignon chiese la realizzazione di docce nel sotterraneo. Anche le scuole Fontana, Gozzi e Abba furono dotate di docce, sebbene alcune, come la Gabelli, non avessero acqua calda fino al 1940.
Le docce divennero un simbolo di igiene scolastica e edilizia avanzata. Quando, negli anni Cinquanta, fu ricostruita la Carducci, si enfatizzò il suo essere "la più moderna elementare d'Europa", non solo per le lezioni in terrazza, ma anche per la presenza di moderne docce per gli alunni. Descritte anche da Edmondo De Amicis e simbolo di un'Italia attenta alla salute dei giovani, a volte in maniera populista, le docce venivano spesso somministrate sotto l'assistenza medica. A Torino, l'igiene scolastica era garantita da medici scolastici, oculisti, dermatologi e psichiatri, soprattutto negli anni di preparazione e durante il fascismo.
Le visite mediche per l'ammissione alle scuole nel solo anno scolastico 1922-1923 esclusero 1679 alunni affetti da malattie infettive, oltre a 500 conviventi di malati. La città offriva anche un servizio di cura della carie dentaria, con cinque ambulatori odontoiatrici sussidiati dal Comune per gli alunni che ricevevano una tessera per la visita gratuita.
COM' ERA L'IGIENE NEL MEDIOEVO
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