Cesarino Fava: Vita e Leggenda di un Alpinista "Patacorta"
Questa è la storia di Cesarino Fava (1921-2008), un alpinista la cui vita è stata un'incessante avventura tra le vette delle Ande e le sfide della vita, segnata da un profondo amore per la montagna, un'etica incrollabile e un coraggio che lo hanno reso una figura leggendaria nell'alpinismo italiano e sudamericano.
Gli Anni della Formazione e l'Emigrazione in Argentina
Nato a Malé, in Val di Sole, il 12 giugno 1920, Cesarino Fava crebbe in una famiglia numerosa e sviluppò fin dall'adolescenza una profonda passione per la montagna. Dopo aver prestato servizio militare per cinque anni e aver affrontato le difficoltà economiche del dopoguerra, decise di imbarcarsi come macchinista su una nave mercantile diretta a Buenos Aires, iniziando così una lunga permanenza in Argentina.
In Argentina, Cesarino visse un'esperienza di vita intensa e ricca di soddisfazioni. Svolse svariati lavori, tra cui lavapiatti, gestore di un chiosco di bibite e allevatore di polli, mantenendo sempre vivo il suo legame con la natura e le sfide che essa offriva.

L'Alpinismo: Passione, Eroismo e Sfide
La passione per la montagna divenne il filo conduttore della vita di Cesarino Fava. Le Ande divennero il suo terreno di gioco, e qui mosse i suoi primi passi da alpinista, fondando anche il Club Alpino Argentino.
Le Prime Grandi Imprese e il Tragico Incidente sull'Aconcagua
Nel 1952, Cesarino intraprese la sua prima spedizione all'Aconcagua per la via settentrionale, un'esperienza che, sebbene non coronata dalla vetta, gli permise di confrontarsi con le sfide della grande altitudine. Due anni dopo, nel 1953, tornò sull'Aconcagua per un tentativo di salvataggio che gli costò caro: nel tentativo di soccorrere l'alpinista americano Richard Burdsall, abbandonato dalla sua guida, Cesarino subì un grave congelamento ai piedi. Questo incidente, che portò all'amputazione di tutte le dita di entrambi i piedi, gli valse il soprannome di "Patacorta", ma non arrestò la sua passione.
Nonostante l'invalidità, Cesarino continuò a scalare, dimostrando una straordinaria forza di volontà. Nel 1954, effettuò la prima salita in solitaria della parete ovest del Cuerno (5500 m), un'impresa che richiese grande determinazione e abilità, soprattutto considerando le sue condizioni fisiche.

L'Epica Spedizione al Cerro Torre
La stagione 1957/58 segnò l'inizio di un'altra avventura epica: la prima spedizione al Cerro Torre. Questa spedizione, organizzata da Cesarino stesso, portò alle prime salite di El Grande, El Hombre Sentado ed El Doblado. L'anno successivo, nel 1959, Cesarino tornò al Torre con un team di alpinisti di fama, tra cui Cesare Maestri e Toni Egger, per quella che sarebbe diventata una delle più celebri e controverse ascensioni della storia dell'alpinismo.
L'ascesa al Cerro Torre fu un'impresa al limite delle possibilità umane. La spedizione fu segnata dalla tragica morte di Toni Egger, travolto da una valanga, e dal quasi fatale salvataggio di Cesare Maestri da parte di Cesarino, che rimase al campo base in attesa del loro ritorno. Questa esperienza segnò profondamente Cesarino, alimentando la sua riflessione sull'etica e i valori dell'alpinismo.

Altre Sfide e la Scoperta della Patagonia
La carriera alpinistica di Cesarino Fava fu costellata di numerose altre imprese. Nel 1961, salì la Cima Nord del Nevado del Chañi, definendola un'esperienza divertente con bella roccia e tiri aerei. Nel 1965, tentò senza successo la vetta del Moyano, ma riuscì a scalare il Cerro Perro Negro. Nello stesso anno, affrontò il Cerro Pier Giorgio, dovendo scendere a causa di un violento temporale che rese la salita drammatica.
La Patagonia, con le sue guglie maestose e la sua natura selvaggia, esercitò un fascino particolare su Cesarino. Fu lui a far scoprire questa terra agli alpinisti italiani, organizzando spedizioni storiche e lasciando un'impronta indelebile nella regione. La sua celebre frase a Cesare Maestri, "Qui c'è pane per i tuoi denti", diede il via all'avventura sul Cerro Torre.
Riflessioni sull'Alpinismo e l'Etica della Montagna
Cesarino Fava non fu solo un alpinista coraggioso, ma anche un profondo pensatore sull'essenza dell'alpinismo. Criticò l'eccessivo uso della tecnologia e la perdita dei valori etici, definendo "l'involuzione dell'alpinismo" e lamentando la crescente enfasi sulla sicurezza a scapito dello spirito d'avventura e del rispetto per la montagna.
La sua visione era chiara: l'alpinismo doveva valorizzare le qualità umane e l'avventura, non solo la performance tecnica. Sottolineava l'importanza di selezionare giovani per le spedizioni basandosi sulle loro qualità umane, anche se non erano tecnicamente eccezionali. Per lui, la montagna era un luogo di crescita personale e di profonda connessione con la natura.
La scuola di Roccia al passo Sella.
La Via del Compressore e il Dibattito Etico
Cesarino ebbe un ruolo anche nel dibattito sull'uso del compressore per la foratura delle rocce, una tecnica introdotta da Cesare Maestri. Pur riconoscendo il progresso tecnologico, Cesarino esprimeva perplessità sull'impatto ambientale e sulla "regressione" che tale tecnologia poteva rappresentare per l'essenza dell'alpinismo. La sua critica era radicata nella convinzione che la montagna dovesse rimanere un luogo di sfida autentica e di rispetto, non un campo di battaglia tecnologico.
Gli Ultimi Anni e l'Eredità di "Patacorta"
Cesarino Fava tornò in Italia negli ultimi anni della sua vita, stabilendosi a Malé, nella sua terra natale. Nonostante l'età avanzata e le conseguenze del suo incidente, continuò a dedicarsi all'alpinismo fino a 81 anni, aprendo una nuova via sulla Cima D’Ambiez, chiamata appunto "Patacorta" in suo onore.
La sua figura è stata celebrata in diverse occasioni, tra cui la pubblicazione del suo libro autobiografico "Patagonia, terra di sogni infranti". La suaeredità va oltre le imprese alpinistiche; rappresenta un esempio di resilienza, passione, etica e profondo rispetto per la montagna e per la vita stessa.
Cesarino Fava è scomparso il 22 aprile 2008, lasciando un segno indelebile nel mondo dell'alpinismo. La sua storia continua a ispirare generazioni di scalatori e amanti della natura, ricordandoci che la vera avventura risiede non solo nel raggiungere la vetta, ma nel modo in cui si affronta il cammino, con integrità, coraggio e un profondo legame con il mondo che ci circonda.

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